Noi, al fianco di Bartleby Bologna

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“Action must be taken We don’t need the key We’ll break in!

 

 

murobartleby

 

Questa mattina, a Bologna, Bartleby è stato sgomberato con il solito dispiegamento di forze dell’ordine. Il fatto in sé non ci stupisce: come realtà precarie, use a intervenire in modo diretto sul terreno del conflitto sociale, non ci aspettavamo qualcosa di diverso in questo meschino Paese. Bartleby in questi anni ha fatto parte del nostro percorso, ha condiviso appuntamenti, sentimenti e relazioni, desideri, ha ospitato e si è fatto promotore di iniziative di resistenza e di offensiva sul terreno della moltitudine precaria.

Per cancellare tutto questo non è stato sufficiente un semplice sgombero. Sono stati costretti a erigere un muro, fisico e simbolico allo stesso tempo. Un muro che prova a dire che le plurime soggettività precarie non si devono autorganizzare, non devono produrre cultura “altra”, non devono diffondere il seme dell’insolvenza, non devono coltivare l’autonomia della lotta, non devono opporsi alla macelleria sociale delle politiche di austerity, non devono liberare sogni, bisogni e pretese nel nome di un reddito di base incondizionato e nella libertà del diritto di scelta del lavoro.

Ma con ciò hanno solo dimostrato di avere paura.
10, 100, 1000 Bartleby sorgeranno ovunque.

San Precario Milano
Piano Terra
NoExpo
Climate Camp
AMP Ambulatorio medico popolare
Foa Boccaccio 003 Monza
SOS Fornace

Monti, tu menti.

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“Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.”

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Vorrei prendere spunto da quanto scrive il compagno e amico Andrea Fumagalli in questo stralcio del suo ultimo articolo su Uninomade (che vi invito caldamente a leggere in versione integrale) per fare un paio di considerazioni che riterrei normalmente banali, ma che sento l’urgenza di fare, visto lo stato a dir poco patetico dell’informazione e del dibattito politico, stato ulteriormente aggravato dall’imminenza della tornata elettorale.

Cito:

Non può stupire, data questa situazione, che il consumo si sia ridotto ai minimi termini con un calo di quasi il 3% (peggior dato dal dopoguerra) e la propensione al risparmio si è ulteriormente ridotta con effetti negativi sul livello della domanda interna.

Cinque leggi finanziarie negli ultimi 16 mesi – per una manovra complessiva di 100 miliardi di euro nel nome della “necessaria austerity”– hanno prodotto un calo della domanda interna senza precedenti.

Il potere d’acquisto delle famiglie (dati Istat novembre 2012) è calato del 5,2%. L’export si è ridotto di quasi il 7% (sempre dati Istat, fine ottobre 2012) a causa della recessione europea.

Nonostante l’introduzione di nuove tasse (Imu e aumento Iva), le entrate fiscali, pur in aumento, non sono state in grado di compensare la caduta del Pil e l’aumento della spesa per interessi.

Pur in presenza di  un avanzo primario, il rapporto deficit/Pil non calerà sotto il 3% (stime Ocse di fine novembre 2012) e il rapporto debito/Pil ha superato la soglia del 125%, la più alta dall’inizio della crisi.

Inoltre tale incremento della pressione fiscale ha avuto effetti regressivi, colpendo ulteriormente le fasce della popolazione con reddito minore e maggiore propensione al consumo.

Nonostante che nell’ultimo mese, come effetto della discesa in campo di Monti,  dell’accordo del Congresso Usa sul “Fiscal Cliff” e dell’aumento dei tassi tedeschi, lo spread sia ritornato sotto i 300 punti e le borse abbiamo ripreso un minimo di fiato, i tassi d’interesse rimangono eccessivamente elevati (mediamente oltre il 6%), soprattutto se si considera che il tasso europeo di rifinanziamento (il cd. tasso refi) della BCE si attesta allo 0,75% e il tasso Euribor è intorno allo 0,54%.

Il fatto che i tassi d’interessi sui debiti e sui crediti (finanziamenti al consumo, alle imprese, mutui, titoli) siano circa tra 8 e 10 volte superiori ci dice che la BCE non è più in grado di controllare gli stessi tassi d’interesse, evidenziando in tal modo la sua totale subordinazione alle logiche dominanti nei mercati finanziari (altro che autonomia e indipendenza delle Banche Centrali!).

I dati riportati dal Fuma sono incontrovertibilmente veri e ci raccontano alcune cose

  • Tutti, ma proprio tutti, i fondamentali economico-finanziari di questo paese sono peggiorati durante il governo Monti
  • Ciò nonostante, lo spread è tornato a valori considerati sotto la soglia di emergenza
  • I provvedimenti presi a livello europeo (Commissione e BCE) sono stati molto più influenti di quelli presi a livello nazionale sull’andamento dello spread

Insomma, c’è poco da girarci attorno, l’azione di governo di Monti non ha affatto migliorato quei fondamentali che dovrebbero essere alla base della stima del famigerato spread. Le politiche di Monti hanno piuttosto aperto nuove prospettive per i mercati, dando un clamoroso impulso alla distruzione di quel poco di sistema di welfare e di garanzie sociali rimaste in questo paese.

E pensate, forse, che di queste evidenze si discuta, nel desolante panorama politico nazionale?

Neanche per sogno, il messaggio dell’inevitabilità delle manovre recessive e antisociali di Monti è stato assorbito acriticamente praticamente da tutte le forze politiche, perché mi pare evidente che i deliri fascisti sui complotti dei banchieri pluto-giudaico-massoni o le cazzate qualunquiste di Grillo e affini non possono che portare acqua al mulino montiano.

E il peggio di questo circo a mio avviso deve ancora arrivare: vedrete, dopo le prossime elezioni…


“Le insegne luminose attirano gli allocchi” (CCCP Fedeli alla Linea, da Socialismo e barbarie)

Alcolizzati di tutto il mondo, unitevi!

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Eccovi un delirio del mio delirante sovversivo preferito, Frenchi. 😀

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Mi sono imposto alcune regole che devono aiutarmi a capire il significato del senso più vero della mia insistenza/esistenza. Sono regole mediche ed economiche e rappresentano il mio personale statuto del lavoro che si basa sul contratto alcolico a tempo indeterminato.
Io lavoro per vivere, non vivo per lavorare, ok? Bene. In particolare, io bevo per vivere, non vivo per bere. Per essere precisi: lavoro
o non lavoro: bevo.
Lavorare meno, lavorare tutti e bevendoci su. È meglio lavorare lo stretto necessario, per bere. Al principio non capii la profondità di quest’affermazione e poi mi sono ricordato dei consigli di mia madre: “Vai dove di senti realizzato figlio mio, fai un lavoro non pesante,
onesto e utile per la società, che non ti annoi, e ti faccia guadagnare il giusto: il dentista”.
Mio padre, più pragmatico, attentissimo al mio equilibrio psico-fisico e alla mia autostima, ma sincero come solo un contadino può
esserlo esordì drasticamente: “In culo alla fatica, figlio mio e gran pezzo di merda, vuoi che non ti abbia riconosciuto? Non ti vorrai
ambriacare a casa mia fino ai 35 anni? Fai quello che vuoi, fatti quello che vuoi, pezza ar culo, ma fatti fuori da casa mia che questa
casa non è un albergo né un centro per il recupero di disagiati alcolizzati e drogati

Ah, a Natale, fammi un favore il prosecco da due euro sta meglio nel tuo culo che nella vetrina della mia sala. Per la temperatura di
servizio fai tu, l’importante è che te lo stappi là, vedrai che bell’effetto quando ti sfarfallano le orecchie col fischio”.
Dopo aver fatto la media ponderata fra i consigli materni e quelli paterni ho deciso: da grande farò l’oste.
È vero: è importante separare vita e lavoro. In un’enoteca questo non è particolarmente facile, in effetti, la mia è una vita messa al
lavoro, come direbbe qualcuno, ergo mi spetta un nuovo welfare.
Tre regoline vengono totalmente stravolte nel mio lavoro:
· la prima, “non bere mai sul lavoro”. Che diventa: “Se non hai voglia di bere e non hai voglia di fare un cazzo è meglio che te ne stai
a casa, fatti vedere, magari è grave”;
· la seconda, “non portarti il lavoro a casa”. Questa proprio non funziona, alcune volte è già là che mi aspetta, in genere il mio lavoro
è sempre attorno a me;
· la terza, la salutista: “Bevi al massimo un bicchiere a pasto”. Rispetto profondamente questa regola. Per il resto del giorno il medico
non mi ha dato indicazioni, io faccio quel che riesco.
Per il resto ho sviluppato piccoli trucchi fai-da-te, ad esempio: non mangio mai a stomaco vuoto.
Sulla questione politica: non riesco a capire la questione del reddito incondizionato. Potrebbero vincolare l’elargizione del reddito alla
quantità bevuta? In questo caso mi verrebbe da essere corporativo.
In effetti, io preferirei la continuità di reddito, mi pare che funzioni così: quando smetto di bere, fra un bicchiere e l’altro mi danno
reddito diretto e indiretto (non l’ho mai capita bene questa, probabilmente il reddito indiretto è quando ti offrono un giro).
È necessario diminuire le tipologie di sbronza (molesta, allegra mattutina, insomma sono 47, troppe!). Ne propongo tre che dovrebbero
fornire una definizione chiara della casistica umana.
Sbronzo, completamente sbronzo, non ancora sbronzo. Non mi sembra esistere altro stato.
Per evitare il dumping bisogna introdurre il bicchiere minimo orario.
Bisogna separare assistenza e previdenza, e bisogna separarle soprattutto dall’astinenza.
Bisogna capire che la bevuta a tempo indeterminato non è più la regola, che è diventata una chimera. Otto sbronze su dieci in
Lombardia sono atipiche. Questi bevitori rischiano di non diventare mai alcolizzati garantiti. E si è creata una società di privilegiati.
Gente che beve con tutte le garanzie, e altri che non arrivano a fine mese, e se ci si arriva, ci si arriva lucidi come un mocassino. Per non
parlar del problema degli umbriacanti, gente che è venuta qui per rubarci l’alcool. Sbronziamoli a casa loro.
Oramai la morale degenera. E gli astinenti? Setta maledetta! Senza Patria e senza Dio. Negano l’Essere supremo: uno e trino, il padre
il figlio e lo spirito santo ovvero, il gin il martini e il campari, un terzo, un terzo, un terzo, ovvero il Negroni, Dio e Padre di tutti gli
alcolisti che ci mandò due tavole con su l’elenco degli alcolici (leggere bene le avvertenze e le modalità d’uso) (Se già siete avvezzi passate
subito al paragrafo successivo: modalità d’abuso):
1. Non avrai altro alcool all’infuori di te (ovvero bevi sempre).
2. Non nominare il nome del cocktail invano (se lo chiami lo bevi)
3. Ricordati di spruzzare il campari e le feste.
4. Onora il vino e la birra.
5. Non lasciare un fondino (ucciditi piuttosto).
6. Non commettere atti impuri (come allungare il vino con la coca cola).

7. Non rubare sulla quantità d’alcol nei cocktail.
8. Non dire falsa testimonianza (se non ti ricordi ciò che è successo appellati al quinto emendamento: il diritto alla sbronza).
9. Non desiderare la donna d’altri, se non la riconosci però fa niente, se ne terrà conto durante l’estrema unzione (estrema unzione = cocktail particolarmente forte usato per rimettere i peccati o rimettere un pasto particolarmente pesante).
10. Non desiderare la roba d’altri… dio mio, qualcuno che ti offre un giro, lo trovi sempre.
Gli Astinenti! Si vedono nei parchi, liberi, con lo sguardo indecente, gente sobria che cammina rigida come un grissino, spaventando
alcolizzati tranquilli che sono al parco per vomitare all’aria aperta, per rantolare sull’erba o dormire sulle siepi con le pantegane.
Ce n’è uno particolarmente pericoloso riconoscibile perché si veste tutto di nero, sempre. Ed è pericoloso. Pare che sempre da sobrio
abbia provato a rubare un bambino dalle braccia della madre quando questa si stava facendo un chupitos di tequila boom boom.
Per fortuna, con uno scatto fulmineo uno sbronzo dal forte senso civico è saltato addosso all’aggressore cadendogli sopra e colpendolo selvaggiamente con l’alito denaturato al 98% anche se è stato a sua volta percosso violentemente con alitate alle mentine senza alcol aggiunti (ne avrà per due settimane, prima di recuperare il livello alcolico, molto di più per cancellare quella sensazione spiacevolissima di fresco analcolico, anni di terapia intensiva per riprendersi, una vita quasi rovinata, lo diciamo a tutti: non andate in giro senza una sprite a base di long-island-ice-tea da inalare subito in caso di necessità).
Bisogna introdurre il reato di astemia.
Per reintrodurre la decenza bisogna agire dalla scuola, fin dall’infanzia, bisogna leggere alcuni passi della bibbia e invece dell’alzabandiera bisogna insegnare agli alunni ad alzare il gomito. L’insegnamento della divisione dell’alcol nel mar rosso è particolarmente adatto.
In questo episodio Mosè separò il campari da una parte e il bianco dall’altra, mostrando al barista detto “il faraone” che le proporzioni
erano sbagliate. Questi a onor del vero si difese egregiamente affermando che le proporzioni erano sbagliate ma le quantità generose.
Che significa: prima la qualità, ma subito dopo la quantità!

Poi c’è l’aneddoto delle sette vacche magre, delle sette vacche grasse e delle sette vacche sbronze. Ovvero, che le sette vacche magre a
stomaco vuoto si ambriacano prima e meglio delle altre. Ovvero, se bisogna scegliere, meglio l’alcol.
Dell’alcolismo, del resto, si parla sin dalla genesi.
Dio il primo giorno fece il vino, rosso bianco e rosato; il secondo giorno fece le birre, bianca rossa, scura, doppio malto weizenbier;
il terzo giorno fece i super distillati, inventò il ginepro e fece il gin, il grano e fece il whisky le patate la wodka e così via; il quarto giorno
fece i cocktails, il quinto giorno fece il campari col bianco (Spritz), il sesto giorno fece il pub e l’enoteca e gli piacquero molto. Il settimo
giorno bevendo un po’ da solo si sentì triste e fece l’alcolismo.
L’uomo e la donna erano il prezzo da pagare, l’effetto indesiderato.
Gli toccò quindi fare loro i vestiti, la casa, i vicini, le strade, i parchi, i mari, i monti in modo che l’uomo e la donna trovassero sempre
qualcosa su cui vomitare.
Fatto questo si addormentò e quando si svegliò si chiese: “Diocane, che cazzo di mal di testa. Mi sento agitato chissà che minchia
ho fatto ieri sera, boh? Mi verrà in mente”.
Anche Hansel e Gretel si svegliarono un po’ confusi e si chiesero, oh ma il simpatico vecchietto di ieri sera che ci doveva raccomandare
per un lavoro tranquillo, farci partire senza lagne, mangiare senza conto, bere senza limiti?

“Lei” – un po’ confusa con un forte vortice in testa e pesanti crisi d’identità – “non lo so. Mi sembra di ricordare solo che mi chiamò
cenerentola e tu sei tutti sette i nani”.
“Di una sola cosa sono sicura: che il Tipo era un chiacchierone, un alcolizzato della prima, te lo dice Heidi che di uomini se ne intende!”
Lo zio tacque, si ricordava poco del primo giorno di vita, non era sicuro neanche del proprio nome, era certo solo di una cosa: con paperina
era meglio dire sempre di sì.
Delusi dal creatore che tanto promise senza mantenere, i primi alcolizzati a due zampe si infilarono lungo un tunnel pericolosissimo:
quello dell’alcolismo ateo e cognitario. E si misero in testa strane idee, tipo quella di provenire dalla scimmia alcolica e di aver cominciato
a camminare su due zampe solo per permettere alle mani di reggere i bicchieri; due bicchieri ciascuno per la precisione (e il
conto torna si dissero compiaciuti Sarkozy e Carla Bruni).

Da questa intuizione nacque l’alcolismo scientifico che trovò il massimo sostenitore e ideologo in un tizio strano che pronunciò la frase liberatoria
che segue.
“Alcolizzati di tutto il mondo sbronzatevi!” Aggiungendo: “Groucho, porta due bocce di quello buono che sento di aver compreso una
grande verità, così brindiamo”.
Dall’altro lato del Cielo una figura saggia e maestosa, assaggiando un mojito e immerso in pensieri profondissimi diceva fra sé
e sé: “Ho creato proprio un bel mondo, pieno di svaghi, tranquillità e armonia, c’è un qualcosa che non ricordo, ma amen, è certamente
poco importante… quando quello squinternato di mio figlio compirà la maggiore età magari lo mando là a divertirsi e a distrarsi”.

 

Comune

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Riporto, come gustosa anteprima, il pezzo di apertura del quarto numero dei Quaderni di San Precario, intitolato Comune, di Toni Negri.

Buona lettura.

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Nella biblioteca del castello inglese di Lincoln, accanto alla Magna Charta, è conservata l’antica copia della Charter of Forest, la Carta della foresta, nel testo originale ed autografo risalente al 1217. Re Enrico III, da poco al trono, aveva restaurato la prima (che stabiliva i diritti dei cittadini rispetto al sovrano) e voluto la seconda (che meriterebbe ben maggiore attenzione da parte degli storici).
La Carta della foresta stabilisce l’accesso al comune, per ogni uomo libero (every free man); e la foresta, nel tredicesimo secolo, comprendeva tutti i terreni incolti, tutte le aree non utilizzate dell’Inghilterra. Non a caso porta anche il nome di Carta dell’Uomo Comune. Per la prima volta aveva trovato una codificazione costituzionale il diritto a soddisfare bisogni vitali, compresi il combustibile ed il cibo. Alcune clausole sono rimaste in vigore fino al 1970; e sopravvivono ancora oggi due delle Corti istituite a garanzia del libero accesso al comune: New Forest e Forest of Dean.

L’attuale processo costituente dovrà essere accompagnato da una serie simile di azioni in modo da garantire i diritti della vita e provvedere alle necessità di un’esistenza sicura, in buona salute, degna.
Il comune non è proprietà, ma uso. Si fonda sulla cooperazione sociale e questa esclude la proprietà: esclude quella privata, che non è più semplice possesso ma assoggettamento ad un potere esterno; esclude anche quella pubblica, che non si scontra più con singole corporazioni, ma entra in conflitto proprio con la cooperazione sociale, dunque con il comune.
Nel contesto biopolitico la produzione di idee, di immagini, di codici, di linguaggi e di affetti attraverso le reti della comunicazione e della cooperazione orizzontale tende a produrre il comune in modo sempre più autonomo e dunque tende a produrre e riprodurre le forme di vita in modo sempre più indipendente. La produzione e la riproduzione delle forme di vita è la definizione più rigorosa dell’azione politica.
Il comune potrà essere individuato e compreso solo all’interno del conflitto, perché il biocapitalismo non solo non può prescindere dal conflitto, ma lo esalta. Il comune si radica nelle necessità dello sciame, delle moltitudini. E’ ambiente, cibo, istruzione, arte, salute. Il problema dell’abitazione è un bisogno urgente in tutto il mondo; le carenze abitative sono fronteggiate dai movimenti con l’occupazione di strutture dismessse, a volte concluse con la regolarizzazione del diritto delle persone a restarci. Teatri, case, monumenti, fabbriche, fattorie, parchi, acqua e mare cercano una Carta della foresta per essere utilizzate da ogni uomo libero. Ed anche questo è comune.
Il capitalismo contemporaneo non è una forza autonoma e autosufficiente; non può sottrarsi al proprio istinto immanente che è quello di appropriarsi di lavoro e di impadronirsi di quanto è comune (del tempo, dell’aria, della luce, dell’acqua, dei sentimenti) per trasformare tutto in denaro. Contropoteri democratici debbono essere capaci di costringere le corporation e lo stato nazione ad aprire l’accesso al comune; gli argini del potere sono fragili e possono cadere sotto l’azione dei commoners.
Il termine commoners si lega all’azione costituente per l’affermazione del comune. Dobbiamo abituarci ad usarlo questo termine. Un disegnatore disegna, un sarto cuce abiti, un barbiere rade e taglia capelli; allo stesso modo un commoner rende comune, ovvero realizza il comune, apre la proprietà all’accesso e al godimento di tutti, trasforma i beni controllati dallo stato in uso libero. Il commoner agisce creando le condizioni per il libero scambio di idee, immagini, codici, musica, informazione; è un partecipante costituente, soggetto fondamentale, necessario per poter costruire una società basata sulla condivisione. La rappresentanza è un istituto estraneo ed ostile al comune; il nostro commoner rifiuta la rappresentanza (Que se vayan todos) e rende immediatamente chiaro come la crisi non sia solo economica ma anche costituzionale, procede nel suo percorso destituente per tracciare la rotta di un nuovo processo costituente nel quale troverà piena definizione il comune.

Montare share CIFS sul vostro Galaxy Tab 10.1

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Vorreste montare condivisioni windows (tecnicamente share CIFS…) sul vostro tablet Galaxy Tab ma avete il sistema originale senza i moduli kernel necesari? Ho fatto ioil lavoro sporco, visto che i moduli che trovavo in giro erano solo per versioni di Android precedenti a quella che ho io (la 4.0.4, l’ultima ufficialmente disponibile) 🙂

I  moduli sono stati compilati a partire dai sorgenti presenti
su http://opensource.samsung.com
Versione Android: 4.0.4
Versione Kernel: 3.1.10
Hardware: Samsung Galaxy Tab 10.1 (GT-P7500)

Scompattate l’archivio, collegate il vostro Galaxy Tab 10.1 (con USB in modalità debug) al computer e, se avete già installato
adb (altrimenti andate qui: http://developer.android.com/tools/help/adb.html ) date i seguenti comandi:
adb remount (rimonta il file system /system in modalità RW)
adb push cifs.ko /system/lib/modules/
adb push md4.ko /system/lib/modules/
adb push nls_utf8.ko /system/lib/modules/
adb shell chmod 644 /system/lib/modules/cifs.ko /system/lib/modules/md4.ko /system/lib/modules/nls_utf8.ko
adb shell chown root.root /system/lib/modules/cifs.ko /system/lib/modules/md4.ko /system/lib/modules/nls_utf8.ko
adb shell insmod /system/lib/modules/cifs.ko
adb shell insmod /system/lib/modules/md4.ko
adb shell insmod /system/lib/modules/nls_utf8.ko

Dovreste a questo punto essere in grado di montare share CIFS sul vostro Galaxy Tab

Qui potete scaricare il tar.gz con i tre moduli necessari, cifs.ko, md4.ko, nls_utf8.ko

Tentativo di censura politica dalla Catalogna

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Versione originale in inglese: http://cavallette.noblogs.org/2012/11/8045

 

Le elezioni in Catalogna sono imminenti e uno degli utenti di Autistici/Inventati ha messo in piedi un sito-parodia che denuncia il modus operandi di alcuni politici indipendentisti catalani.

http://www.autistici.org/convenienciaiunio/
Questo sito è una versione satirica di quello del Partito Nazionalista Catalano, “Convergenza e Unione”, http://www.ciu.cat/; il sito-parodia, che usa grafica, font e layout simili a quelli dell’originale, riporta però un po’ di verità evidentemente scomode su taluni aderenti al suddetto partito.
Quest’operazione satirica deve avere avuto un certo successo, visto che negli ultimi due giorni vari “net-cop” hanno richiesto di tirar giù il sito attraverso molteplici canali, presentandosi, alternativamente, come
  • CESICAT – Dipartimento per la cyber-sicurezza del governo catalano (la giurisdizione di costoro è ovviamente limitata alla regione catalana; per altro, è interessante osservare la irritualità di questo intervento, che solleva molte domande tra l’effettivo grado di separazione tra istituzioni catalane e il partito politico dominante…)
  • responsabili per le pubblicazioni, i siti web e i social network del partito preso di mira dal sito-parodia.
A seconda del ruolo interpretato in quel momento (poliziotto cattivo/poliziotto buono), i net-cop in questione hanno mosso accuse ridicole nei confronti dei nostri utenti, come ad esempio accusarli di “phishing” o sottolineare che la diffusione di “false” informazioni da parte dell’utente in questione era contrario allo spirito e alle policy di Autistici/Inventati.
Tutto ciò è palesemente e ridicolmente falso, è semplicemente un tentativo di soffocare e mettere a tacere una ben riuscita operazione di satira e denuncia sul web.
La miglior risposta a queste sciocche richieste e a chiunque tenti di imporre censura alla libertà di espressione su internet e quella di replicare quel sito web il più possibile.
Diffondete questo episodio, fate sì che l'”effetto Streisand” faccia il proprio corso  corso nei confronti di coloro che ancora non vogliono comprendere che è impossibile censurare la libertà di parola sulla rete.
Dal canto nostro, non abbiamo alcuna intenzione di tirar giù quel sito, che ci appare assolutamente legittimo e visto che non c’è alcuna base legale sulla quale un’entità governativa catalana possa agire contro di noi.
Come nota finale, vogliamo ricordare a tutti che non conserviamo nessun log delle attività degli utenti, nessuna informazione sugli indirizzi IP sorgenti e non abbiamo alcuna possibilità di identificare i nostri utenti, sia che questi semplicemente accedano alle nostre pagine web sia che utilizzino i nostri servizi.
Il collettivo Autistici/Inventati.

Root di un Galaxy S3 ultima versione con Linux

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Avendo perso il mio vecchissimo Nokia nel viaggio negli States, mi sono deciso a prendere uno smartcoso. La scelta, visto che mi trovo benissimo con il mio attuale tablet, un Samsung Galaxy Tab 10.1, è caduta su un Samsung Galaxy S3. Vi illustro ora la procedura di rooting da Linux di questo smartphone che, pur essendo tra le mie mani da meno di un giorno, mi pare decisamente spettacolare.

Qui trovate una buona guida, con tanto di video illustrativo. C’è un però: con l’ultimissimo aggiornamento del firmware stock Samsung, c’è un ulteriore passaggio non illustrato nel video che è essenziale per la buona riuscita del rooting.

Innanzitutto procuratevi lo strumento essenziale per il flashing da Linux, che è Heimdall. Qui trovate i .deb di heimdall, che vi consentirà di installare un’immagine di recovery (CWM, ClockWorkMod) dalla quale sarà possibile installare il file .zip che conterrà il binario di ‘su’, necessario a garantire l’accesso root alle applicazioni che lo richiederanno.

Questo è il link all’archivio che contiene tutto ciò che vi servirà per il rooting del vostro S3.

Questo zip contiene i due file essenziali per il rooting: recovery.img, che è la boot image CWM di recovery, e CWM-SuperSU-v0.87.zip, che contiene il binario di ‘su’.

Aprite una shell e scarichiamo l’archivio

$ mkdir root-SIII

$ cd root-SIII

$ wget -c http://whiplash.noblogs.org/files/2012/09/GalaxyS3RootLinux.zip

Scompattiamo l’archivio

$ unzip GalaxyS3RootLinux.zip

Archive:  GalaxyS3RootLinux.zip
inflating: recovery.img
inflating: s3pit.pit
inflating: CWM-SuperSU-v0.87.zip
inflating: heimdall_1.3.2_i386.deb

Carichiamo il file CWM-SuperSU-v0.87.zip da qualche parte nel file system del Galaxy S3, via USB o come vi pare e ricordatevi dove l’avete messo. 🙂

Ora colleghiamo il nostro S3 al computer via USB e riavviamo il device in download mode, premendo contemporaneamente il tasto Home, il tasto Volume Giù e il tasto Power contemporaneamente per una decina di secondi.

Vi dovrebbe apparire un’immagine simile, dopo il reboot

Premete Volume Su per confermare che volete andare in download mode

Siamo ora pronti a installare l’immagine di recovery CWM. A questo punto la procedura differisce da quella descritta nel video, per chi ha aggiornato il firmware stock Samsung all’ultimissima versione. Infatti quest’ultimo firmware (Androiud 4.0.4 per GT-I9300, kernel 3.0.15-93314242-userdpi@DELL152 #1 SMP PREEMPT Thu Jul 26 16:59:33 KST 2012, Base Band I9300BULG2, versione build IMM76D.I9300BUBLG3) ha il brutto vizio di ripristinare in automatico la propria versione di recovery se non si prendono le opportune contromisure.

Dunque, nella shell in cui eravamo prima, digitate

$ sudo heimdall flash –recovery recovery.img –no-reboot

Il parametro –no-reboot è l’unica differenza rispetto alla procedura illustrata nel video ed è essenziale, in quanto ci consentirà di ovviare al ripristino automatico dell’immagine di recovery alla quale accennavo sopra.

Quando heimdall avrà completato l’upload dell’immagine di recrovery CWM, il telefono, a differenza di quanto vedrete nel video, non si riavvierà automaticamente, ma vedrete una barra azzurro scuro riempirsi in fondo al monitor del vostro S3 e il telefono rimarrà quindi in quello stato indefinitamente. Scollegate il cavo USB, rimuovete la cover posteriore del telefono e sfilate la batteria, attendete alcuni secondi, reinserite la batteria e la cover e riavviate in modalità recovery premendo stavolta Home, Volume Su e Power contemporaneamente.

Dovreste ritrovarvi, se tutto è andato come atteso, con questa schermata di recovery di CWM:

http://galaxys3root.com/wp-content/uploads/2012/06/howto-root-galaxys3-linuxubuntu-11-690×358.jpg

Siamo ora pronti ad installare il file CWM-SuperSU-v0.87.zip, contenente l’agonato binario di ‘su’; seguite il flusso illustrato nelle seguenti immagini

 

 

 

 

Se tutto è andato bene, a questo punto al prossimo reboot del S3 dovreste avere ‘su’ disponibile e le applicazioni che dovessero necessitare dei privilegi di root potranno garantirseli.

Inutile dire che se avete capito poco o nulla di quel che ho scritto, non è ul caso che vi ci cimentiate: in fondo si telefona tranquillamente anche senza root. 🙂

Si scrive fiscal compact, si legge massacro.

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Senti la tensione come sale – sta per scoppiare
e nun ‘e visto ancora niente
Ancora nun he visto niente – ancora nun ll’e capito?
l’esplosione è imminente

(99 Posse, “Esplosione imminente”, 2000)

 

Leggo, qua e là, post di politici che si fregiano di aver votato il cosiddetto fiscal compact, spacciandolo come una grande conquista, che ci mostrerà una radiosa strada verso il sol dell’avvenire. Personalmente, mi vado convincendo che questa massa di imbecilli non abbia affatto contezza del disastro che hanno ratificato. Del resto, da un ceto di privilegiati yes man selezionati da cotali segreterie di partito non c’è ovviamente da aspettarsi molto, sul piano della capacità dell’autonomia di pensiero. Schiacciano quel pulsante come se fosse un “mi piace” su Facebook, seguendo la “linea” delle segreterie, con buona pace dell’assenza di vincolo di mandato di costituzionale memoria.

Cercherò di essere quantitativo e di esprimere con cifre, il perché dell’enormità di questa misura.

Il cuore del provvedimento, per quanto ci riguarda è il seguente: per quei paesi che abbiano un rapporto debito/PIL superiore al 60%, vige l’obbligo di raggiungere tale valore del suddetto rapporto, riducendo ogni anno l’eccedenza di 1/20.

Detta così non è molto chiara, vero?

Proviamo quindi a ragionare con dati reali e a capire cosa implicherà tale impegno nelle nostre vite quotidiane.

Dunque, l’Italia, nel 2011, ha fatto registrare un PIL pari a 1.580.220 milioni di euro e un debito pubblico pari a 1.897.900; il rapporto debito PIL vale quindi circa 120,10%. Per gli impegni che abbiamo preso con la ratifica del fiscal compact, ciò sta a significare che abbiamo un’eccedenza di circa 948.132 milioni da abbattere in vent’anni. Per farla semplice e breve, nel primo anno dovremmo dunque ridurre il nostro debito di circa 47.407 milioni di euro, ovvero quasi 50 miliardi.

In altri termini, la differenza tra entrate e uscite del bilancio dello Stato dovrà essere positiva per almeno 50 miliardi, considerando *anche* gli interessi sul debito pubblico che paghiamo.

Detta così, probabilmente la cosa non è ancora particolarmente chiara, vero?

Ok, continuiamo a ragionare sul 2011. Nel corso dell’anno passato, abbiamo registrato un deficit pari al 3,9% del PIL ovvero, in termini assoluti, abbiamo avuto uscite superiori di 61.628,58 milioni rispetto a quanto incassato.

Tornando al fiscal compact, ciò sta a significare che, se dovessimo rispettare rigorosamente quanto prescritto, nel corso del 2012 dovremmo trovare (sempr semplificando) una cifra pari agli oltre 61 miliardi di deficit registrato nel 2011 più i 50 miliardi calcolati come un ventesimo del debito pubblico “eccedente”. In totale, il paese dovrà reperire circa 110 miliardi. In realtà, il discorso è più complicato: grazie al famigerato spread, le uscite per ripagare i titoli di debito pubblico in scadenza stanno salendo e, come se non bastasse, siamo in recessione, grazie alle “brillanti” misure di finanza pubblica prese dal governo Monti su gentile indicazione della troika, per cui il rapporto debito/PIL tenderà a essere anche peggiore di quello del 2011.

In soldoni (è il caso di dire) all’orizzonte si stagliano una serie di manovre finanziarie che, stante anche il carattere marcatamente di classe dell’attuale governo e della maggioranza politica che lo sostiene, si tradurranno in un vero e proprio massacro sociale, con prevedibili attacchi a quel poco di welfare ancora esistente e progressiva privatizzazione, naturalmente a prezzi di comodo, del patrimonio e delle attività pubbliche.

Tanti auguri a tutti: ne abbiamo decisamente bisogno.

 

 

I’ll kill myself
I’d rather die
If you could see in the future
You’d know why

(Suicidal Tendencies, “Memories of tomorrow”, 1983)

Hate line – Un padre che si scusa.

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Padre.

Antico, socialista a suo modo, piccolo borghese (in senso buono). Lettore bulimico (e la mela non cade lontano dall’albero), antisovietico, anticlericale. La morsa atroce della cassa integrazione. Due volte, pura rappresaglia. Capita, a chi non china il capo, già. Vincerà in tribunale entrambe le volte, ma sono cicatrici che non van via. Maestro, difficile. Rapporto contrastato, ma pieno d’amore, nonostante tutto.

Un padre così e due figli pervasi, ognuno a suo modo, di radicalità. S’era forse rassegnato, quando metteva piede al Moco occupato per tentare di riportarsi a casa il più piccolo, ma non per questo s’era convinto. Per nulla. Tutti i nostri racconti sulla ferocia della repressione li aveva sempre derubricati a esagerazioni di due teste troppo calde.

Marzo 2001.

Il maledetto prologo.

Vivevo già a Roma, ma in quel weekend non potevo che tornare nella città natale. I signori della terra vengono a fare passerella nella mia città, Napoli, non posso certo rimanermene in disparte.

Venerdì sera, casa. Baci a mammà e papà, becco il fratello, mi informo, mi organizzo.

 


Le quattro giornate di Napoli – Video G8 di panicopanico

Un delirio. La zantraglia in divisa è carica di adrenalina e anfetamina come mai prima l’avevo vista. Non c’è nessun rituale, nessuna pantomima, zero mediazioni. Vogliono farci male, molto male e basta. Mazzate di una ferocia inaudita, caccia all’uomo, da Corso Umberto fino a Piazza Municipio è un continuo. Gli spezzoni più compatti e organizzati reggono, chi resta isolato è fottuto.

Si arriva nei pressi della piazza, ci sono anche i grigi con agghiaccianti tenute da Robocop a dar manforte ai soliti noti in blu e nero. Stevemo scarz a chiaviche, si dice in lingua. Si vuole arrivare in Piazza Plebiscito, si prova a capire se i mastini da guerra del potere ci faranno la gentile concessione.

Certo, come no.

Impatto violentissimo, quelle cazzo di protezioni sono troppo pesanti e ingombranti, i mastini arrivano da ogni dove, tutto si frantuma, fuggi-fuggi, gente che scappa ovunque e viene inesorabilmente braccata, gruppi spinti verso quei dannati fossati del Maschio Angioino, follia totale, sono svariati metri di dislivello, è un attimo che ci scappi il morto. Bastardi fottuti.  Ne esco illeso, anche stavolta, ma l’orrore è tutto intorno a me.

La giornata prosegue, convulsa. Si raccolgono informazioni, ci si appresta a fare il bilancio, il body count. Lo Stato sfoggerà la solita contabilità, la solita metrica economica. I danni agli umani non sono contemplati, ovviamente.

Ho una rabbia in corpo che sfocia nella nausea.

Avviso casa, siamo ancora interi, tornerò a tranquillizzarli, è il mio ruolo, del resto.

Entro in casa, percepisco l’angoscia non ancora sopita al solo respirare quell’aria.

Mio padre.

Mi guarda.

Era uscito, noncurante di quello che stava per accadere, aveva da fare. Proprio nella zona in cui sarebbe scoppiato il panico.

“Sai, non avrei mai creduto che ti avrei detto una cosa del genere. Non so se sia sempre così, ma stando a quel che mi è capitato oggi, beh, mi tocca dire che avevate ragione. Scusa, avrei dovuto darvi più credito”.

Beh, sì, parlava davvero così.

Si era ritrovato nel bel mezzo di un safari: prede umane. I grigi Robocop-staili finivano il lavoro iniziato dalla truppa in piazza, e piallavano senza pietà quelli che riuscivano a scappare in direzione di Via De Pretis e dintorni. Boia spietati, direttiva imperativa quella di sterminare le zecche. Egli era lì, settantenne distinto che non credeva ai propri occhi. Vede atrocità in sequenza, vede una ragazza inerme sottoposta a un pestaggio selvaggio, a terra. Urla, si scaglia contro le fiere, che lo respingono in malo modo, lo insultano e gli intimano di levarsi dalle palle. Io so, io ti conosco, io sento che qualche anno prima non sarebbe finita lì, ma eri già provato, ti avrebbero spazzato come tutti gli altri, hai sfruttato il vantaggio tattico della tua cravatta e dei tuoi capelli bianchi per tornare a casa intero.

Quel giorno ti ho amato ancor di più, se possibile. Quel giorno vi ho odiati per un motivo in più, questo è certo.

Quattro anni dopo te ne saresti andato, per sempre. Ogni 20 maggio penso a te, c’è un fiore rosso per te, e il primo ricordo è sempre quello “scusa” che non avrei mai voluto sentire.

 

Fiori rossi per te, per noi

Fiori rossi per te, per noi

 

Hate line – Una pozza di sangue.

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La sentenza del 13 luglio 2012 mi ha fatto capire una cosa, tra le tante. La memoria va tenuta viva, ad ogni costo. E a quella collettiva si contribuisce anche con le proprie memorie, per quanto apparentemente insignificanti. Mi impongo dunque di vincere la mia naturale ritrosia e inizio a scrivere.

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1989.

Maggiore età.

E con essa arriva di tutto: fine della scuola, inizio dell’università e due eventi che avrebbero influenzato non poco la mia esistenza.

Tien’a ment: il primo centro sociale della mia generazione. Atipico, cyberpunk, incentrato soprattutto sulla produzione artistica.

La Pantera: riforma Ruberti, un fuoco che da Palermo si propaga via fax lungo lo stivale, questa farsa di autonomia universitaria non s’ha da fare.

 

Flash forward, oltre sei anni, centinaia di concerti dopo (orecchie che ancora sanguinano al pensiero dei Napalm Death e del relativo incubo acustico vissuto al Tien’a Ment).

E’ gennaio, gennaio 1996. Cuore in pezzi, laurea alle porte, rifugiato in una sorta di non-squatting con una moltitudine assolutamente composita e improbabile.

“Sai che forse ci saranno casini al Tien’a Ment?”

“Ma va. Perché?”

“Mah, pare che il consiglio circoscrizionale di Soccavo stia facendo casini per quella scultura cyber, sai, quel capro metallico messo in croce”.

“Ahahahah, ma dai!”

“Eh!”

Passa qualche giorno.

Suona il telefono, nel nido non-squatted.

Pronto?”

“Delirio al Tien’a ment”

“Cosa, cosa?”

“Eh, il consiglio circoscrizionale ha mandato i vigili motociclisti a far sequestrare la scultura. I ragazzi sono stati tutto il giorno a fronteggiarli e…”

“Cosa?”

“Hanno sparato”

“COSA CAZZO DICI?”

“Sì, dopo un paio d’ore ste teste di cazzo hanno perso il controllo e hanno iniziato a sparare. Fuggi fuggi, Marco si ferma a raccattare i bossoli, lo beccano, arriva tuo fratello e ne spazza via un tot, questi arrivano in massa, lo bloccano, tentano di portarlo via, lui si aggrappa a un palo…”

“PARLA, CAZZO!”

“…iniziano a pestarlo senza pietà, in una decina, lui si accascia, quelli scappano e lui rimane lì in una pozza di sangue. La gente del quartiere ha subito chiamato un’ambulanza, ora è in ospedale e…”

Mi avvio, come una furia. Ma non riesco neanche ad arrivarci.

“E’ un fesso. Si è ripreso, in ospedale lo volevano trattenere, ma lui non ha voluto rimanere, noi da fuori gli facevamo segno di non uscire, ma non ci ha visti. Erano arrivati, quegli infami, e come ha messo piede fuori dal reparto, lo hanno arrestato. Ora è a Poggioreale”.

Bestemmie. Maiali a cui hanno dato un ferro in mano con nessun cazzo di criterio, che giocano agli sceriffi. Bastardi senza dignità che scappano come conigli credendo d’averlo ammazzato e che non paghi se lo sono andato a cercare, ospedale per ospedale. La Digos è allibita, io li mando a fare in culo “fate il vostro cazzo di mestiere” “ma noi siamo arrivati solo dopo, a casino concluso” “appunto, ora scusate ma devo trovare il modo di dirlo ai miei genitori e poi c’è una città da ribaltare” “non fate gli idioti” “certo, certo, ora cavatevi dal cazzo”.

Il buio davanti agli occhi. Trovo la forza di dirlo a mammà e a papà, sentiamo l’avvocato, i compagni  iniziano la giostra, Flaminio sembra impazzito, tutti lo siamo, ma io devo mantenermi lucido. Dannazione, perché non mi avvisi mai? Perché sei sempre in prima linea, perché devi sempre sfidare l’universo da solo? Mi scorrono davanti a velocità superluminare tutte le tue minchiate, tutte le volte che ti sei fatto malissimo, tutte le occasioni in cui ti sono venuto a raccattare, e mi scappa finanche un sorriso, pensando a quella volta in cui, solo, t’eri messo in testa di caricare quelle merde di Forza Nuova che s’erano infilate in un corteo per il lavoro, completamente circondati da un doppio cordone di carabinieri.

Stavolta però non posso stringerti, dirti all’orecchio “sei una testa di cazzo” mentre ti do pacche sulle spalle, non posso farti arrivare la mia voce in quell’infame buco in cui t’hanno sbattuto. Anzi sì, posso, mi attacco al telefono e detto un telegramma.

C’è voluto qualche minuto per farlo capire all’operatore, lettera per lettera, spazi inclusi”.

“E che vo ricere?”

“Anger is a gift, la rabbia è un dono.”

“Ah, aggio capito”.

Quattro giorni di delirio, di barricate, di conferenze stampa, di assemblee al DAM, con Lucia e Bostik dei Contropotere che si sbattono come se ci fossero i loro fratellini dentro, di tentativi vani di sedare l’ansia dei miei vecchi.

Poi arriva, quella cazzo di telefonata, è l’avvocato.

“Li rilasciano”.

Siamo tanti, tutti, lì fuori, ad aspettarvi.

Il primo ad abbracciarti sono io.

“Grazie, quel telegramma mi ha aiutato tanto, ho trasformato l’angoscia in rabbia e ho sentito il calore di tutti. Ora devo andare a consegnare un po’ di messaggi, sai. Lì dentro è un inferno, ma a noi ci hanno trattati bene, la gente dentro è incredibile, a noi ‘politici’ ci hanno trattati come dei re, glielo devo”.

“Hai ragione, se vuoi ti accompagno”.

“Va bene. Ah, un’altra cosa, mi sono fregato la divisa carceraria”.

Gli ho iniziato a urlare contro di tutto, ma dentro di me ridevo. Quella dannata e incorreggibile testa di cazzo era ancora viva, nonostante ancora una volta fosse andato vicino all’irrimediabile, e lo manifestava a suo modo.

Il Tien’a Ment, Soccavo, Napoli