Hate line – Una pozza di sangue.

La sentenza del 13 luglio 2012 mi ha fatto capire una cosa, tra le tante. La memoria va tenuta viva, ad ogni costo. E a quella collettiva si contribuisce anche con le proprie memorie, per quanto apparentemente insignificanti. Mi impongo dunque di vincere la mia naturale ritrosia e inizio a scrivere.

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1989.

Maggiore età.

E con essa arriva di tutto: fine della scuola, inizio dell’università e due eventi che avrebbero influenzato non poco la mia esistenza.

Tien’a ment: il primo centro sociale della mia generazione. Atipico, cyberpunk, incentrato soprattutto sulla produzione artistica.

La Pantera: riforma Ruberti, un fuoco che da Palermo si propaga via fax lungo lo stivale, questa farsa di autonomia universitaria non s’ha da fare.

 

Flash forward, oltre sei anni, centinaia di concerti dopo (orecchie che ancora sanguinano al pensiero dei Napalm Death e del relativo incubo acustico vissuto al Tien’a Ment).

E’ gennaio, gennaio 1996. Cuore in pezzi, laurea alle porte, rifugiato in una sorta di non-squatting con una moltitudine assolutamente composita e improbabile.

“Sai che forse ci saranno casini al Tien’a Ment?”

“Ma va. Perché?”

“Mah, pare che il consiglio circoscrizionale di Soccavo stia facendo casini per quella scultura cyber, sai, quel capro metallico messo in croce”.

“Ahahahah, ma dai!”

“Eh!”

Passa qualche giorno.

Suona il telefono, nel nido non-squatted.

Pronto?”

“Delirio al Tien’a ment”

“Cosa, cosa?”

“Eh, il consiglio circoscrizionale ha mandato i vigili motociclisti a far sequestrare la scultura. I ragazzi sono stati tutto il giorno a fronteggiarli e…”

“Cosa?”

“Hanno sparato”

“COSA CAZZO DICI?”

“Sì, dopo un paio d’ore ste teste di cazzo hanno perso il controllo e hanno iniziato a sparare. Fuggi fuggi, Marco si ferma a raccattare i bossoli, lo beccano, arriva tuo fratello e ne spazza via un tot, questi arrivano in massa, lo bloccano, tentano di portarlo via, lui si aggrappa a un palo…”

“PARLA, CAZZO!”

“…iniziano a pestarlo senza pietà, in una decina, lui si accascia, quelli scappano e lui rimane lì in una pozza di sangue. La gente del quartiere ha subito chiamato un’ambulanza, ora è in ospedale e…”

Mi avvio, come una furia. Ma non riesco neanche ad arrivarci.

“E’ un fesso. Si è ripreso, in ospedale lo volevano trattenere, ma lui non ha voluto rimanere, noi da fuori gli facevamo segno di non uscire, ma non ci ha visti. Erano arrivati, quegli infami, e come ha messo piede fuori dal reparto, lo hanno arrestato. Ora è a Poggioreale”.

Bestemmie. Maiali a cui hanno dato un ferro in mano con nessun cazzo di criterio, che giocano agli sceriffi. Bastardi senza dignità che scappano come conigli credendo d’averlo ammazzato e che non paghi se lo sono andato a cercare, ospedale per ospedale. La Digos è allibita, io li mando a fare in culo “fate il vostro cazzo di mestiere” “ma noi siamo arrivati solo dopo, a casino concluso” “appunto, ora scusate ma devo trovare il modo di dirlo ai miei genitori e poi c’è una città da ribaltare” “non fate gli idioti” “certo, certo, ora cavatevi dal cazzo”.

Il buio davanti agli occhi. Trovo la forza di dirlo a mammà e a papà, sentiamo l’avvocato, i compagni  iniziano la giostra, Flaminio sembra impazzito, tutti lo siamo, ma io devo mantenermi lucido. Dannazione, perché non mi avvisi mai? Perché sei sempre in prima linea, perché devi sempre sfidare l’universo da solo? Mi scorrono davanti a velocità superluminare tutte le tue minchiate, tutte le volte che ti sei fatto malissimo, tutte le occasioni in cui ti sono venuto a raccattare, e mi scappa finanche un sorriso, pensando a quella volta in cui, solo, t’eri messo in testa di caricare quelle merde di Forza Nuova che s’erano infilate in un corteo per il lavoro, completamente circondati da un doppio cordone di carabinieri.

Stavolta però non posso stringerti, dirti all’orecchio “sei una testa di cazzo” mentre ti do pacche sulle spalle, non posso farti arrivare la mia voce in quell’infame buco in cui t’hanno sbattuto. Anzi sì, posso, mi attacco al telefono e detto un telegramma.

C’è voluto qualche minuto per farlo capire all’operatore, lettera per lettera, spazi inclusi”.

“E che vo ricere?”

“Anger is a gift, la rabbia è un dono.”

“Ah, aggio capito”.

Quattro giorni di delirio, di barricate, di conferenze stampa, di assemblee al DAM, con Lucia e Bostik dei Contropotere che si sbattono come se ci fossero i loro fratellini dentro, di tentativi vani di sedare l’ansia dei miei vecchi.

Poi arriva, quella cazzo di telefonata, è l’avvocato.

“Li rilasciano”.

Siamo tanti, tutti, lì fuori, ad aspettarvi.

Il primo ad abbracciarti sono io.

“Grazie, quel telegramma mi ha aiutato tanto, ho trasformato l’angoscia in rabbia e ho sentito il calore di tutti. Ora devo andare a consegnare un po’ di messaggi, sai. Lì dentro è un inferno, ma a noi ci hanno trattati bene, la gente dentro è incredibile, a noi ‘politici’ ci hanno trattati come dei re, glielo devo”.

“Hai ragione, se vuoi ti accompagno”.

“Va bene. Ah, un’altra cosa, mi sono fregato la divisa carceraria”.

Gli ho iniziato a urlare contro di tutto, ma dentro di me ridevo. Quella dannata e incorreggibile testa di cazzo era ancora viva, nonostante ancora una volta fosse andato vicino all’irrimediabile, e lo manifestava a suo modo.

Il Tien’a Ment, Soccavo, Napoli

5 comments ↓

#1 Ly on 07.15.12 at 21:40

Anger is a gift. Grazie per questo racconto

#2 daniela on 07.16.12 at 11:22

il tuo post mi ha fatto effetto flashback. Mi sono ricordata precisamente dov’ero e cose stavo facendo quando ho avuto la notizia. E ancora non si sapeva bene degli arresti.

Così la nostra vita è costellata di momenti duri, micro e macro shock, di cui ricordiamo “dov’ero e cosa stavo facendo quando l’ho saputo”. Credo sia una conseguenza di quella perversione di cui parla Slavina in un bellissimo capitolo del suo libro e che non ci consente di starcene senza lotta per troppo tempo. Che ci fa condividere vino, calore e momenti difficili con chi è come noi. Ed ora pensando al dolore di quei momenti di quasi 15 anni fa, per uno che è/era mio fratello (tuo solo di sangue!) riconosco il dolore che provo oggi per i miei fratelli e sorelle per colpa di una sentenza assurda.

#3 Paolo G. on 07.17.12 at 17:11

Anger is a gift. Grazie per aver sfidato la tua ritrosia a scrivere, grazie per questo racconto meraviglioso in cui ti apri al mondo, grazie per questo pezzo di Storia che ci hai lasciato.

#4 whiplash on 07.17.12 at 17:32

Dan, hai centrato in pieno il punto. Tra l’altro, per l’appunto, la fratellanza/sorellanza non è un fatto di sangue, per quelli come noi.

#5 whiplash on 07.17.12 at 17:33

Paolo, lottare è anche ricordare e raccontare. E’ per questo che devo ricordare e raccontare. Un abbraccio.

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