Entries from March 2013 ↓

In memoria di “Chicchi” Teresa Mattei.

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Ieri, 13 marzo 2013, ci ha lasciato l’ultima delle madri costituenti rimaste in vita, Teresa Mattei, genovese di nascita, partigiana garibaldina, nome di battaglia Chicchi, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente. Fu espulsa da tutte le scuole del regno per la sua fiera ed esplicita opposizione alle leggi razziali, membro del Partito Comunista d’Italia dal 1942 (in quegli stessi anni, altri tristi arnesi, poi riscopertisi d’incanto comunisti, militavano allegramente nella GUF, la Gioventù Universitaria Fascista…), autrice del più bello degli articoli della Costituzione Italiana, l’articolo 3, il più universale, il più progressista, il più sistematicamente tradito:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione

di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando

di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana

e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale

del Paese.

Donna intimamente libertaria e indomabile, nel 1955, in aperta critica alla linea stalinista di Togliatti, scelse di non ripresentarsi alle elezioni politiche, cosa che le costò la pronta espulsione dal PCI (partito che invece si teneva ben stretti lo stesso arnese di cui sopra che l’anno successivo avrebbe plaudito ai carri armati sovietici che entravano a Budapest sparando sugli operai ungheresi).

Ho avuto il piacere e l’onore, grazie a un compagno che l’aveva nel proprio archivio, di leggere una sua lettera spedita al Corriere della Sera nel 2004 e mai pubblicata, dove rispondeva a indecenti revisionisti come Sergio Romano che paragonarono l’uccisione di Giovani gentile, nella quale la Mattei ebbe un ruolo attivo, al massacro dei fratelli Rosselli.

Le parole che leggerete sono dense, di memoria, di storia, sono a tratti feroci e freddamente implacabili, a tratti cariche di un vero patriottismo che nulla ha a che fare con il nazionalismo cialtrone dei fascisti. In ogni caso, sono parole che colpiscono dritto al cuore.

Che la terra ti sia lieve, Chicchi.

Mattei

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In seguito a vari interventi comparsi sul Vostro giornale ed altrove, come conseguenza all’intervista del 6 agosto 13.5. da me rilasciata ad Antonio Carico,desidero replicare alle interpretazioni inesatte od offensive che sono molto distanti dalla verità, dal mio modo di essere e dalla mia storia umana e politica.
In un recente libro uno studioso, il Professor Alessandro Camini, ripercorrendo quel momento storico afferma, secondo me a ragione, che il fascismo non è morto il 25 luglio del ’43 e nemmeno il 25 aprile del ‘45, ma proprio il i5 aprile del ì44 con l’esecuzione di Giovanni Gentile, dell’intellettuale che aveva cercato di armare e legittimare culturalmente e ideologicamente il regione fascista.
Gentile era ai nostri occhi l’esempio vivente del tradimento della Patria, che Dante ci aveva insegnato essere il più grave dei peccati.

Proprio da questa realtà bisogna muovere per comprendere cosa rappresentava Gentile per noi giovani antifascisti e per le migliaia di perseguitati con il suo beneplacito, nel Ventennio.

Era assolutamente inaccettabile per noi universitari veder primeggiare atei nostro Paese questo piccolo e ambizioso filosofo autarchico mentre marcivano nelle galere fasciste migliaia di oppositori, fra i quali Antonio Gramsci. e Umberto Terracini; mentre venivano vilmente assassinati pensatori come Gobetti e Amendola; mentre erano estromessi dall’insegnamento, perseguitati ed esiliati filosofi come Piero Martinetti e Giuseppe Rensi, o storici come Gaetano Salvemini.

D’altra parte Gentile non è mai strato mio “maestro”, l’ho sempre aspramente criticato insietne a tanti miei compagni e  amici, per la sua semplificazione dell’idealismo hegeliano in chiave nazionalista. e bottegaia. Egli rappresentava. inoltre il primo esempio sistematico di corruzione e di clientelismo nel baronato universitario, e la chiusura provinciale del pensiero nell’autarchia culturale dell’Italietta.
La decisione di eliminarlo presa da noi nel “44 non è stata guidata da ansia di vendetta come è stato insinuato da alcuni commentatori: ben al contrario è stato un atto guidato dalla consapevolezza storica e politica che on la sua esecuzione si chiudevano definitivamente i conti con il maggior responsabile della cultura fascista e con l’equivoco della conciliazione di cui era portatore.

Una conciliazione che sognava il proseguimento del regime fascista addobbato da nuove vesti democratiche.

Sicuramente le torture efferate e la morte di mio fratello Gianfranco, dei suoi compagni e di mille altri, insieme ai proclami per i renitenti ala leva della Repubblica di Salò, di cui Giovanni Gentile è stato il più cinico celebratore, così come la conseguente fucilazione sotto i nostri occhi di tanti giovani a Firenze in Campo di Marte, a Torino al Martinetto, a Milano in Piazzale Loreto e in tante altre piazze d’Italia, ci hanno determinato ad agire esattamente in quel momento, intensificando senza pietà la guerra civile contro il fascismo e il nazismo, e quindi contro i loro ideologi.

Sergio Romano si permette inopinatamente di paragonare all’omicidio di Gentile l’assassinio dei fratelli Rosselli, avvenuto in tempo di pace e in terra straniera, indicati ai feroci sicari da un delatore prezzolato, mettendo sullo stesso piano un crimine e una legittima sentenza di un gruppo di combattenti di cui anch’io ero parte. Non eravamo nell’orto di Getsemani: eravamo in guerra e di guerra era dunque il diritto.

Il nostro paese era occupato, umiliato e messo a ferro e a fuoco, da molti tradito. Gentile era il simbolo di questo tradimento.

Quale maggiore tradimento della Patria e della Libertà se non quello perpetrato dall’ideologo del fascismo, già ministro della Pubblica Istruzione, nei confronti della gioventù italiana, mandata al macello nelle guerre criminali volute dal regime? Questi giovani, costretti a uccidere e a morire come aggressori e invasori di altri Paesi, dall’Africa alla Russia, dalla Grecia all’Albania, infangando la tradizione di civiltà del nostro Paese e anche il valore dimostrato dai soldati italiani nella Prima Guerra Mondiale.

I nostri GAP erano organizzati militarmente e nessuna azione era frutto di decisioni personali, la lotta era impari e mortale, così come le azioni erano freddamente e tempestivamente decise ed eseguite.

E qui voglio ricordare che in quello stesso periodo più di 40000 giovani patrioti italiani e 600000 militari dell’Esercito italiano venivano deportati nelle fabbriche e nei lager nazisti con il pieno appoggio e la collaborazione dei repubblichini.

Infine l’ignoranza della mia biografia politica di tanti commentatori mi accosta allo stalinismo, senza sapere che in quel momento ci sentivamo al fianco del popolo russo, che fu determinante nella vittoria contro il nazi-fascismo, con un tributo di 20 milioni di morti.

Nel momento in cui abbiamo conosciuto le degenerazioni a cui aveva portato lo stalinismo sono stata una delle prime all’interno del PCI a denunciarle pagando con la mia radiazione dal partito, nel 1955.

Mi è stata chiesta la ragione del mio silenzio in tutti questi anni. È proprio la gravità della attuale situazione politica italiana, incoraggiata e aiutata dal revisionismo storico così ben rappresentato in trasmissioni televisive, sulla stampa, nell’editoria, affidato a pseudostorici del nuovo regime, a spingermi a rendere testimonianza sule responsabilità della cultura dominante così incline a un pericoloso, devastante sistema illiberale, di cui vediamo continuamente l’avanzata.

Si sta cambiando la Carta Costituzionale, stravolgendone i principi fondamentali, quei principi che noi avevamo mutuato direttamente dal grande patrimonio culturale, etico e politico della Resistenza e che si era avvalso di una stragrande concordia alla Costituente.

La storia è fatta dalle forze in gioco, dai protagonisti e dai testimoni e non certo dagli storici. Essi possono al massimo indagarla, verifcarla e raccontarla.

Teresa Mattei

IncontroTeresaMattei

Imperativi.

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E pensare che si è scesi in piazza contro i bavagli berlusconiani. Poi arriva una giornalista e…

woff

 

 

 

 

 

 

 

Commovente, vero? 🙂

Io, uno di coloro che accettano il capitalismo e sbranano i lavoratori.

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Premessa imprescindibile: questa riposta è strettamente personale. Del resto, questo è il mio blog. Se il collettivo riterrà di voler rispondere, lo farà nelle sedi e nei modi che crederà.

Quest’oggi mi sono imbattuto in un tweet indirizzato all’unico santo al quale io sia devoto, San Precario, in cui si faceva cenno a posizioni critiche rispetto alla proposta di reddito di base universale da sempre sostenuta dal Santo e riproposta di recente in un articolo su Il Fatto Quotidiano.

Seguendo il link riportato nel tweet di cui sopra, mi ritrovo di fronte una pagina che mi ha fatto, a dir poco, sussultare.

Già il titolo è tutto un programma: “San Precario e il reddito per tutti, ovvero sbraniamoci tra noi e accettiamo il capitalismo

“Oibò, toccherà prendere decisamente lezioni di anticapitalismo e mutualismo dalla signora Letizia Mosca, autrice del tweet e del post”, mi dico, dopo aver letto cotanto roboante titolo.

Entro dunque nel merito, perché sono sempre ansioso, quando qualcuno cerca di indicarmi la radiosa strada verso il sol dell’avvenire.

Il primo capoverso recita “600 euro per tutti al posto delle altre forme di welfare attualmente esistenti in Italia come disoccupazione, cassa integrazione, mobilità”.

Sì, l’idea del collettivo del quale orgogliosamente faccio parte è proprio quella di introdurre uno strumento di welfare universale e unificato che copra tutti coloro che non raggiungono un adeguato livello di reddito, indipendentemente dalla forma contrattuale con la quale eventualmente si è impiegati.

Ebbene sì, a noi piace pensare a diritti che abbiano carattere universale, sarà perché ci piace sbranare gli altri e genufletterci al capitalismo? Chissà.

Forse la signora Mosca si è impressionata perché la cifra di 600 euro le è parsa un po’ misera? In effetti lo è, ma alla signora Mosca è probabilmente sfuggito che quella riportata nell’articolo di San Precario è un’analisi di scenario e un approccio metodologico e che la cifra utilizzata in codesta analisi, 600 euro, è non casuale, perché coincidente con la soglia di povertà relativa.

In realtà, le nostre analisi sono decisamente più articolate e non miriamo certo a un reddito di miseria, ma per questioni di spazio limitato abbiamo riportato la sola analisi relativa a quella cifra. Qualcosa mi dice che la signora Mosca potrebbe trovare piuttosto facilmente i nostri studi più completi, ma nel caso in cui proprio non dovesse riuscire a trovare da sola, indicherò il link a un articolo un po’ più completo dove esaminiamo anche scenari con livello di reddito più elevato, con i relativi costi associati. Qui si può trovare un esempio di analisi un po’ più estesa.

 

La signora Mosca, però, sembra avere altro in mente, è convinta che in realtà questa bella idea che non abbiamo avuto per primi (sì, certo, ma magari in pochi, specie in questo paese, si sono adoperati per andare al di là della petizione di principio e rendere operativa la proposta…) sia tesa ad altro, ovvero, cito, “ridurre diritti e garanzie dei lavoratori assunti per combattere la precarietà”. Interessante, signora Mosca, ma proprio non ci arrivo: in che modo la nostra proposta andrebbe ad intaccare diritti e garanzie altrui? Quel che vorremmo è un welfare che sia per tutti, non saremo certo noi ad attaccare diritti altrui. Personalmente sono sempre stato al fianco delle lotte di tutti i lavoratori, indipendentemente dalle rispettive forme contrattuali. E con me tutti i compagni del collettivo. Spero che la signora avrà la compiacenza di chiarire quali sarebbero i diritti che noialtri sciagurati vorremmo intaccare, i commenti qui sono sempre benvenuti.

Ma la signora va oltre, molto oltre, ed è un crescendo maestoso:

Bell’affare dividere le fasce medio-basse in due blocchi, garantiti e precari, con i lavoratori a tempo indeterminato che se diventano precari peggio per loro perché una volta sono stati garantiti.”

Forse alla signora dev’essere sfuggito qualcosa, o forse sono io ad essermi imbattuto nell’universo sbagliato. Mi domando dove fosse la signora quando questa frattura insanabile si è nei fatti formalizzata, all’epoca del Pacchetto Treu, approvato in un tripudio (quasi) unanime da partiti e sindacati, che ce lo indicavano come lo strumento transitorio che ci avrebbe condotto all’eden della piena occupazione. Forse era in uno di quei partiti e sindacati, signora Mosca? Perché sa, è quel provvedimento ad aver creato i “garantiti” e i “precari”, egregia signora, non certo noi.

Vado avanti, perché il crescendo fino al climax finale è incredibile:

“L’antagonismo e il conflitto rivolto tutto all’interno di questi due blocchi, che non sono neanche poi tanto distinti tra loro.”

Abbia bontà, signora Mosca, personalmente non riesco a capire come la nostra proposta andrebbe a creare antagonismo e conflitto tra lavoratori. Peraltro, io ho ben chiaro quanto si sia ormai tutti terribilmente precari, anche quelli che qualcuno continua a definire ‘garantiti’, Pomigliano docet.

Antagonismo e conflitto sono per me parole molto importanti, cruciali: il mio antagonista è il capitale e il conflitto è il metodo dialettico che applico coi padroni e con gli scherani di costoro, non certo con i miei simili. A proposito, mi dica: da quand’è che il suo sindacato ha smesso di praticarlo, il conflitto? Sa, a differenza di quanto lei possa pensare io, che sono metalmeccanico come mio padre e mio nonno, in piazza con la FIOM ci vado, spesso e volentieri, ed ero a Roma il 16 ottobre 2010 e con decine di migliaia di compagni invocavamo a gran voce lo sciopero generale, all’allora segretario uscente Epifani. Beh, signora Mosca, quello sciopero generale non lo abbiamo mai visto, a proposito di conflitto.

E via, verso il gran finale:

“Il capitalismo attuale ce lo teniamo così com’è.”

No, signora, le dirò, io il capitalismo lo vorrei vedere dissolto, e credo che anche la stragrande maggioranza dei miei compagni la pensi come me. Quali sono, invece, le magiche prospettive rivoluzionarie che la sua area politica ci prospetta per superare il capitalismo, signora? Ci dica, siamo tutt’orecchie, siam qui per imparare. La concertazione ad ogni costo e l’infinita rincorsa di sindacati ingialliti come CISL e UIL sono una sublime tattica che noi povere menti meno dotate non riusciamo a comprendere?

“Anzi, si abbassa pure il costo del lavoro: le aziende avranno la possibilità di offrire salari e stipendi più bassi, tanto c’è il reddito di base.”

Signora, lei è milanese, terriotorio d’elezione di San Precario, è una giornalista, dovrebbe informarsi un po’ meglio, magari. Il duale imprescindibile di un provvedimento di reddito di base, come sempre abbiamo chiarito e sottolineato, è l’introduzione di un salario minimo fissato per legge, sotto il quale non si possa in nessun caso scendere. Le era forse sfuggito questo piccolissimo dettaglio? Mi permetta di dubitarne.

“Può essere un modo per rinvigorire questo moribondo capitalismo occidentale, che forse soppravviverà o forse verrà sostituito da un altro capitalismo, non necessariamente più buono.”

Non saprei, signora, io sono favorevole all’eutanasia di questo e di qualsiasi altro capitalismo, ma davvero non vedo in che modo un dispositivo di reddito di base che sottrae almeno in parte dal ricatto al quale il precariato è costantemente sottoposto possa rinvigorire questo capitalismo che lei immagina moribondo. Veda, signora, nella regione in cui sia io che lei viviamo siamo ormai arrivati ad oltre il 90% delle nuove assunzioni con forme atipiche (dal cocopro al tempo determinato, passando per i lavori ‘somministrati’ e le finte partita IVA monomandatarie), pare proprio che di questa precarietà il capitalismo si stia decisamente pascendo.

“Di sicuro la precarietà non finirà mai più”

Mi dica, signora, ché sono sempre più ansioso:  qual è invece la sua infallibile ricetta per invertire un processo storico che il capitale ha imposto alla nostra classe politica e sindacale e che all’epoca fu tanto festosamente accolto?

“e gli unici ad avere un posto fisso a vita saranno i difensori dei precari. “

Non fossi poco incline all’insulto, signora, su questo punto mi verrebbe davvero di rispondere in maniera estremamente volgare. La mia militanza è decisamente non retribuita, anzi mi sottrae tanto: tempo, affetti, salute e anche danaro. Mi racconti invece di chi i precari li dovrebbe difendere in quanto retribuito e forse non l’ha fatto poi così bene, negli ultimi 15 anni, la prego…

“Ma il popolo cosa ci guadagna?”

Non saprei, signora, il popolo è una categoria politicamente piuttosto infida da maneggiare. Io preferisco maneggiare altre categorie, sa, quella roba chiamata, con linguaggio magari un po’ vetusto e desueto, classe.

Cordialità, signora, stia ben certa che leggerò con grande interesse le sue risposte. Ammesso che ce ne siano, si intende.

Populismi.

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Riporto la trascrizione, inviata nella mailing list MayDay, di parte di un intervento di Giso Amendola nell’ambito del dibattito “Dentro l’ingovernabilità, contro l’austerity” trasmesso da Radio Uninomade. Mi pare un contributo con spunti interessanti.

populism

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Il populismo è stata la parola più evocata in questa campagna elettorale.

Ma, più che analizzarlo come un residuo sopravvissuto alla modernità, vale la pena riprendere le riflessioni del filosofo Ernesto Laclau e scoprire invece che non è una patologia della rappresentanza politica, bensì un fattore che aiuta il consolidamento di uno status quo in crisi.

 

È stata l’evocazione più gettonata della campagna elettorale: «populista!». L’etichetta copre in realtà fenomeni ad ampio spettro: populiste sono le destre nostalgiche del fascismo, e insieme il berlusconismo è indicato come una versione populista del neoliberismo. Ma populista è anche il leghismo. E il grillismo.

 

A sinistra, poi, si distinguerebbero per populismo coloro che affidano alla magistratura e al diritto penale la ripulitura morale del campo politico. Del resto, essere sfuggente e indefinibile è una caratteristica propria del populismo. La riflessione politica lo ha sempre consegnato all’area del torbido che si sottrae ad ogni pretesa di razionalizzazione dell’ordine politico. È la prima opposizione attorno alla quale il discorso pubblico sul populismo si organizza: «populismo» è il nome per tutto ciò che si sottrae all’ordine della visibilità, della razionalità politica.

 

In altre parole populismo è tutto ciò che si sottrae all’ordine della rappresentanza. Leviathan contro Behemoth, come nella mitologia fissata da Thomas Hobbes. Un vuoto universale Il populismo, dall’origine storica russa degli «amici del popolo» alle diverse riapparizioni del populismo europeo, ai populismi sudamericani, è sempre stato letto lungo questa serie di opposizioni binarie tributarie di quello stesso modo trasparente e lineare con il quale la modernità ha amato raccontare la propria concezione dell’ordine politico: razionalità formale della politica contro irrazionalismo dell’appello alla purezza del popolo; visibilità della rappresentanza contro oscurità delle forze profonde evocate dai populisti.

 

Da qualche tempo, però, più voci hanno sollevato dubbi su uno schema così ordinato e trasparentemente moderno. Davanti alla crisi evidente della democrazia rappresentativa, è nato uno sguardo verso il populismo di tipo diverso, che non si limita al semplice esorcismo, ma anzi si spinge a ricercarvi ipotesi per il superamento di quella stessa crisi.

Esemplare, a tal proposito, è il libro di Ernesto Laclau, La ragione populista (Laterza); importante il dibattito italiano contenuto in Populismo e democrazia radicale, a cura di Marco Baldassarri e Diego Melegari (Ombre Corte), che disegna questa tesi principale: il populismo non costituisce un deragliamento della ragion politica moderna, anzi ne illumina la logica profonda.

La ragione populista è, per Laclau, quella che riesce ad articolare domande diverse attorno ad un universale vuoto, non fissato a contenuti specifici: il popolo è appunto, uno dei principali universali utilizzati a tal fine, che, proprio perché vuoto, può articolare, mettere in ordine attorno a nuove linee di conflitto la molteplicità delle lotte e delle differenze. Il conflitto di classe ha perso la sua centralità, sostiene Laclau: ma questo non significa che il conflitto non animi e continui a dividere lo spazio politico. Il vero politico è, quindi, chi sa articolare queste differenze all’interno di una unità che le trascenda, e che, contemporaneamente, sia sempre aperta al conflitto con ciò che quell’unità, includendo, esclude. In questa lettura, il populismo rileva una faccia che le polemiche del nostro dibattito pubblico nascondono: in Laclau si vede bene come il populismo appartenga perfettamente alla logica moderna della sovranità e dell’unità. Anzi, ne costituisce l’anima nascosta: il popolo è il grande dispositivo di creazione dell’unità politica, e proprio questa pulsione alla reductio ad unum unisce la «trasparente» logica della rappresentanza all’«irrazionale» pulsione populista. Così, bisognerebbe andarci piano a contrapporre populismo e rappresentanza, elogio del popolo e difesa delle mediazioni istituzionali: la politica moderna tiene insieme questi due aspetti della sua grammatica, sin dall’identificazione hobbesiana di popolo e rappresentanza. Un equilibrio che non c’è Laclau lo sostiene apertamente: il populismo è un necessario strumento per rafforzare la democrazia rappresentativa, e volgerla alla recezione di istanze più radicali. In questo modo, populismo e rappresentanza si rivelano qui fratelli, entrambi interni alla logica statuale moderna. E molti richiami, che, da sinistra, pur non presentandosi esplicitamente come populisti, anzi spesso ergendosi come barriere antipopuliste, pensano di reagire alla morsa delle trasformazioni globali e al neoliberalismo riattivando la centralità dello Stato, dovrebbero riflettere su questa essenza, letteralmente e classicamente populista, del loro tentativo.

 

Difficile giocare la rappresentanza contro le derive populiste, o, al contrario, pensare il richiamo al popolo come un ricostituivo dello rappresentanza democratica, se entrambi si richiamano proprio a quella logica dell’Uno che permea l’ordine moderno, e che vacilla nelle trasformazioni imposte dalla governance neoliberale. Fuori dalla logica della rappresentanza si colloca invece il populismo giudiziario.

 

Il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, in un bell’intervento all’ultimo congresso di Magistratura Democratica, lo ha descritto come ancor più minaccioso del populismo politico: se quest’ultimo «punta al rafforzamento, sia pure demagogico, del consenso, cioè della fonte di legittimazione che è propria dei poteri politici», il populismo giudiziario introduce una legittimazione dall’alto, travalicante qualsiasi circuito democratico-rappresentativo. Legato alla captazione delle ansie e delle insicurezze prodotte dalla desertificazione neoliberale delle garanzie sociali, questo tipo di populismo appare lontano dalle mediazioni della sfera politica e della rappresentanza classica. Anche qui, però, è difficile pensare a una lineare opposizione tra i corretti equilibri costituzionali e il «cattivo» populismo giudiziario (il che non toglie che i richiami di Ferrajoli a una corretta interpretazione del ruolo di magistrato non siano comunque preziosi). Il punto decisivo è che il populismo giudiziario sembra più l’effetto di una crisi della rappresentanza che la causa dello scardinamento di un assetto rappresentativo, già abbondantemente scardinato. Nella vicenda italiana, l’assunzione di una gestione diretta della crisi da parte della magistratura è una storia lunga, che risale a prima della spettacolarizzazione delle figure di alcuni giudici, o dell’assunzione dei grandi processi nella costruzione del circuito mediatico-giudiziario. La storia del populismo giudiziario si nutre della gestione emergenziale della crisi della costituzione «materiale», emersa con forza già in tutti gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, e della progressiva impossibilità della costituzione formale di rappresentarla e gestirla: da quella crisi, da quegli equilibri rappresentativi che hanno lungamente «continuato a finire», si è prodotto questo ruolo di diretta legittimazione della magistratura in nome dell’opinione pubblica, funzione di cui l’attuale populismo giudiziario-mediatico è solo l’espressione più chiassosa.

 

Come curare il populismo politico con il richiamo alla difesa delle forme classiche della rappresentanza statuale è tempo perso, è allora altrettanto insufficiente richiamare il retto assetto degli equilibri costituzionali contro l’espansione del populismo giudiziario: occorrerebbe invece guardare in profondità dentro la crisi delle forme costituzionali, e affrontare il nodo che tiene insieme l’esaurirsi delle forme costituzionali tradizionali e l’imporsi di una storia di emergenze (dall’antiterrorismo, all’anticriminalità, all’anticorruzione), tutte gestite dalla magistratura come custode delle virtù civiche e dell’unità repubblicana.

 

Il mantra della cyberdemocrazia

 

La sfera del cosiddetto «populismo mediatico» impone riflessioni di tipo ancora differente. Il discorso qui si è incentrato non solo sulle derive «populistiche» dell’uso dei massmedia classici, ma soprattutto, sullo scivolamento populistico dell’uso della rete. La cyberdemocrazia, si è detto, non mantiene quel che ha promesso: invece d’esser luogo di costruzione di sfere post-rappresentative di democrazia compiuta, come aveva fatto sperare, a uno sguardo più realistico è apparsa come un terreno minato (importanti le indagini di Carlo Formenti, a partire da Cybersoviet, Raffaello Cortina) Più che spazio di crescita di soggettività autonome e interconnesse, la rete è stata attraversata da retoriche ipersemplificatrici, da emotività incontrollata, dalla confusione perenne tra vero e falso, tra rilevante e irrilevante. E, soprattutto – questo è il nucleo della diagnosi in termini di «populismo» – il promesso paradiso dell’orizzontalità politica assoluta si è rivelato il luogo dove le singolarità si sono trovate a produrre una verticalità assoluta e immediata, che si esprime nel cedimento verso figure di demagoghi mediatici. L’emergere di Grillo e del M5S è stato studiato come esempio significativo di questo «populismo digitale» (si veda il libro di Giuliano Santoro, Un Grillo qualunque, Castelvecchi, sinora il più completo ed esplicito tentativo in tal senso). Inutile sottolineare tutti i punti di forza di queste letture: i rischi della retorica dell’orizzontalità, della virtù liberatrice della rete, sono di tutta evidenza. C’è da chiedersi, però, se qui il concetto di populismo non ci porti su una strada sbarrata. E non per scrupolo accademico o passione nominalistica. Ma proprio perché il populismo è un sottoprodotto della grammatica moderna, una patologia tutta interna alle categorie di Stato e Popolo, nelle quali il politico moderno si è articolato, se utilizziamo per questi fenomeni reticolari il concetto di «populismo», corriamo il rischio di trattare con categorie ancora tradizionali patologie che a quelle categorie interpretative non rispondono più.

 

La classe oscurata

 

Nella rete, comunque sia, siamo davanti a «un popolo che manca», per dirla con linguaggio deleuziano. Le sue cadute, le sue malattie, i suoi buchi neri, sono malattie delle singolarità, e quindi vanno pensate diversamente dai populismi «classici», che restano invece tutti interni alle grammatiche moderne dei grandi corpi collettivi. Se poi, come avvertiva Gramsci, il proprio del populismo è il neutralizzare il conflitto di classe, il discorso ha bisogno ancora di un supplemento d’attenzione: altrimenti, troppo incantati a denunciare un populismo cui il popolo manca, rischiamo di non vedere, invece, la classe che c’è. Perché è difficile negare che il «populismo della rete» abbia a che fare con la captazione del lavoro vivo, delle sue difficili traiettorie, della sua difficoltà a trovare riconoscimento dentro le categorie politiche tradizionali del Popolo o della Rappresentanza. Difficilmente, perciò, quel lavoro vivo e i suoi buchi neri potranno essere trattati richiamando analisi sul populismo forgiate sui vecchi processi di paura e impoverimento delle classi medie. E le eventuali patologie di un «popolo che manca», difficilmente si curano evocando la necessità di un popolo, o anche di una classe, sanamente e correttamente rappresentati e ricomposti secondo le forme dei soggetti collettivi tradizionali . Non saranno i ripetuti richiami alle forme classiche dell’organizzazione del lavoro o alla presunta serietà del Politico, che quelle forme articolava, a evitare che il corpo scomposto di quel lavoro vivo produca i suoi mostri. Il populismo più insidioso, forse, sta oggi proprio nel pretendere di resuscitare, in ogni sua forma, il fantasma del Popolo e dei suoi organi: un fantasma che continua a impedirci di individuare vie d’uscita alla crisi della rappresentanza che sappiano fare a meno delle categorie tradizionali dell’unità e della sovranità. Fantasma in cui restano placidamente impigliati sia i populismi, sia il grosso delle invocazioni antipopuliste. La classe oscurata Nella rete, comunque sia, siamo davanti a «un popolo che manca», per dirla con linguaggio deleuziano. Le sue cadute, le sue malattie, i suoi buchi neri, sono malattie delle singolarità, e quindi vanno pensate diversamente dai populismi.