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Noi, al fianco di Bartleby Bologna

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“Action must be taken We don’t need the key We’ll break in!

 

 

murobartleby

 

Questa mattina, a Bologna, Bartleby è stato sgomberato con il solito dispiegamento di forze dell’ordine. Il fatto in sé non ci stupisce: come realtà precarie, use a intervenire in modo diretto sul terreno del conflitto sociale, non ci aspettavamo qualcosa di diverso in questo meschino Paese. Bartleby in questi anni ha fatto parte del nostro percorso, ha condiviso appuntamenti, sentimenti e relazioni, desideri, ha ospitato e si è fatto promotore di iniziative di resistenza e di offensiva sul terreno della moltitudine precaria.

Per cancellare tutto questo non è stato sufficiente un semplice sgombero. Sono stati costretti a erigere un muro, fisico e simbolico allo stesso tempo. Un muro che prova a dire che le plurime soggettività precarie non si devono autorganizzare, non devono produrre cultura “altra”, non devono diffondere il seme dell’insolvenza, non devono coltivare l’autonomia della lotta, non devono opporsi alla macelleria sociale delle politiche di austerity, non devono liberare sogni, bisogni e pretese nel nome di un reddito di base incondizionato e nella libertà del diritto di scelta del lavoro.

Ma con ciò hanno solo dimostrato di avere paura.
10, 100, 1000 Bartleby sorgeranno ovunque.

San Precario Milano
Piano Terra
NoExpo
Climate Camp
AMP Ambulatorio medico popolare
Foa Boccaccio 003 Monza
SOS Fornace

Hate line – Una pozza di sangue.

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La sentenza del 13 luglio 2012 mi ha fatto capire una cosa, tra le tante. La memoria va tenuta viva, ad ogni costo. E a quella collettiva si contribuisce anche con le proprie memorie, per quanto apparentemente insignificanti. Mi impongo dunque di vincere la mia naturale ritrosia e inizio a scrivere.

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1989.

Maggiore età.

E con essa arriva di tutto: fine della scuola, inizio dell’università e due eventi che avrebbero influenzato non poco la mia esistenza.

Tien’a ment: il primo centro sociale della mia generazione. Atipico, cyberpunk, incentrato soprattutto sulla produzione artistica.

La Pantera: riforma Ruberti, un fuoco che da Palermo si propaga via fax lungo lo stivale, questa farsa di autonomia universitaria non s’ha da fare.

 

Flash forward, oltre sei anni, centinaia di concerti dopo (orecchie che ancora sanguinano al pensiero dei Napalm Death e del relativo incubo acustico vissuto al Tien’a Ment).

E’ gennaio, gennaio 1996. Cuore in pezzi, laurea alle porte, rifugiato in una sorta di non-squatting con una moltitudine assolutamente composita e improbabile.

“Sai che forse ci saranno casini al Tien’a Ment?”

“Ma va. Perché?”

“Mah, pare che il consiglio circoscrizionale di Soccavo stia facendo casini per quella scultura cyber, sai, quel capro metallico messo in croce”.

“Ahahahah, ma dai!”

“Eh!”

Passa qualche giorno.

Suona il telefono, nel nido non-squatted.

Pronto?”

“Delirio al Tien’a ment”

“Cosa, cosa?”

“Eh, il consiglio circoscrizionale ha mandato i vigili motociclisti a far sequestrare la scultura. I ragazzi sono stati tutto il giorno a fronteggiarli e…”

“Cosa?”

“Hanno sparato”

“COSA CAZZO DICI?”

“Sì, dopo un paio d’ore ste teste di cazzo hanno perso il controllo e hanno iniziato a sparare. Fuggi fuggi, Marco si ferma a raccattare i bossoli, lo beccano, arriva tuo fratello e ne spazza via un tot, questi arrivano in massa, lo bloccano, tentano di portarlo via, lui si aggrappa a un palo…”

“PARLA, CAZZO!”

“…iniziano a pestarlo senza pietà, in una decina, lui si accascia, quelli scappano e lui rimane lì in una pozza di sangue. La gente del quartiere ha subito chiamato un’ambulanza, ora è in ospedale e…”

Mi avvio, come una furia. Ma non riesco neanche ad arrivarci.

“E’ un fesso. Si è ripreso, in ospedale lo volevano trattenere, ma lui non ha voluto rimanere, noi da fuori gli facevamo segno di non uscire, ma non ci ha visti. Erano arrivati, quegli infami, e come ha messo piede fuori dal reparto, lo hanno arrestato. Ora è a Poggioreale”.

Bestemmie. Maiali a cui hanno dato un ferro in mano con nessun cazzo di criterio, che giocano agli sceriffi. Bastardi senza dignità che scappano come conigli credendo d’averlo ammazzato e che non paghi se lo sono andato a cercare, ospedale per ospedale. La Digos è allibita, io li mando a fare in culo “fate il vostro cazzo di mestiere” “ma noi siamo arrivati solo dopo, a casino concluso” “appunto, ora scusate ma devo trovare il modo di dirlo ai miei genitori e poi c’è una città da ribaltare” “non fate gli idioti” “certo, certo, ora cavatevi dal cazzo”.

Il buio davanti agli occhi. Trovo la forza di dirlo a mammà e a papà, sentiamo l’avvocato, i compagni  iniziano la giostra, Flaminio sembra impazzito, tutti lo siamo, ma io devo mantenermi lucido. Dannazione, perché non mi avvisi mai? Perché sei sempre in prima linea, perché devi sempre sfidare l’universo da solo? Mi scorrono davanti a velocità superluminare tutte le tue minchiate, tutte le volte che ti sei fatto malissimo, tutte le occasioni in cui ti sono venuto a raccattare, e mi scappa finanche un sorriso, pensando a quella volta in cui, solo, t’eri messo in testa di caricare quelle merde di Forza Nuova che s’erano infilate in un corteo per il lavoro, completamente circondati da un doppio cordone di carabinieri.

Stavolta però non posso stringerti, dirti all’orecchio “sei una testa di cazzo” mentre ti do pacche sulle spalle, non posso farti arrivare la mia voce in quell’infame buco in cui t’hanno sbattuto. Anzi sì, posso, mi attacco al telefono e detto un telegramma.

C’è voluto qualche minuto per farlo capire all’operatore, lettera per lettera, spazi inclusi”.

“E che vo ricere?”

“Anger is a gift, la rabbia è un dono.”

“Ah, aggio capito”.

Quattro giorni di delirio, di barricate, di conferenze stampa, di assemblee al DAM, con Lucia e Bostik dei Contropotere che si sbattono come se ci fossero i loro fratellini dentro, di tentativi vani di sedare l’ansia dei miei vecchi.

Poi arriva, quella cazzo di telefonata, è l’avvocato.

“Li rilasciano”.

Siamo tanti, tutti, lì fuori, ad aspettarvi.

Il primo ad abbracciarti sono io.

“Grazie, quel telegramma mi ha aiutato tanto, ho trasformato l’angoscia in rabbia e ho sentito il calore di tutti. Ora devo andare a consegnare un po’ di messaggi, sai. Lì dentro è un inferno, ma a noi ci hanno trattati bene, la gente dentro è incredibile, a noi ‘politici’ ci hanno trattati come dei re, glielo devo”.

“Hai ragione, se vuoi ti accompagno”.

“Va bene. Ah, un’altra cosa, mi sono fregato la divisa carceraria”.

Gli ho iniziato a urlare contro di tutto, ma dentro di me ridevo. Quella dannata e incorreggibile testa di cazzo era ancora viva, nonostante ancora una volta fosse andato vicino all’irrimediabile, e lo manifestava a suo modo.

Il Tien’a Ment, Soccavo, Napoli