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In memoria di “Chicchi” Teresa Mattei.

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Ieri, 13 marzo 2013, ci ha lasciato l’ultima delle madri costituenti rimaste in vita, Teresa Mattei, genovese di nascita, partigiana garibaldina, nome di battaglia Chicchi, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente. Fu espulsa da tutte le scuole del regno per la sua fiera ed esplicita opposizione alle leggi razziali, membro del Partito Comunista d’Italia dal 1942 (in quegli stessi anni, altri tristi arnesi, poi riscopertisi d’incanto comunisti, militavano allegramente nella GUF, la Gioventù Universitaria Fascista…), autrice del più bello degli articoli della Costituzione Italiana, l’articolo 3, il più universale, il più progressista, il più sistematicamente tradito:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione

di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando

di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana

e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale

del Paese.

Donna intimamente libertaria e indomabile, nel 1955, in aperta critica alla linea stalinista di Togliatti, scelse di non ripresentarsi alle elezioni politiche, cosa che le costò la pronta espulsione dal PCI (partito che invece si teneva ben stretti lo stesso arnese di cui sopra che l’anno successivo avrebbe plaudito ai carri armati sovietici che entravano a Budapest sparando sugli operai ungheresi).

Ho avuto il piacere e l’onore, grazie a un compagno che l’aveva nel proprio archivio, di leggere una sua lettera spedita al Corriere della Sera nel 2004 e mai pubblicata, dove rispondeva a indecenti revisionisti come Sergio Romano che paragonarono l’uccisione di Giovani gentile, nella quale la Mattei ebbe un ruolo attivo, al massacro dei fratelli Rosselli.

Le parole che leggerete sono dense, di memoria, di storia, sono a tratti feroci e freddamente implacabili, a tratti cariche di un vero patriottismo che nulla ha a che fare con il nazionalismo cialtrone dei fascisti. In ogni caso, sono parole che colpiscono dritto al cuore.

Che la terra ti sia lieve, Chicchi.

Mattei

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In seguito a vari interventi comparsi sul Vostro giornale ed altrove, come conseguenza all’intervista del 6 agosto 13.5. da me rilasciata ad Antonio Carico,desidero replicare alle interpretazioni inesatte od offensive che sono molto distanti dalla verità, dal mio modo di essere e dalla mia storia umana e politica.
In un recente libro uno studioso, il Professor Alessandro Camini, ripercorrendo quel momento storico afferma, secondo me a ragione, che il fascismo non è morto il 25 luglio del ’43 e nemmeno il 25 aprile del ‘45, ma proprio il i5 aprile del ì44 con l’esecuzione di Giovanni Gentile, dell’intellettuale che aveva cercato di armare e legittimare culturalmente e ideologicamente il regione fascista.
Gentile era ai nostri occhi l’esempio vivente del tradimento della Patria, che Dante ci aveva insegnato essere il più grave dei peccati.

Proprio da questa realtà bisogna muovere per comprendere cosa rappresentava Gentile per noi giovani antifascisti e per le migliaia di perseguitati con il suo beneplacito, nel Ventennio.

Era assolutamente inaccettabile per noi universitari veder primeggiare atei nostro Paese questo piccolo e ambizioso filosofo autarchico mentre marcivano nelle galere fasciste migliaia di oppositori, fra i quali Antonio Gramsci. e Umberto Terracini; mentre venivano vilmente assassinati pensatori come Gobetti e Amendola; mentre erano estromessi dall’insegnamento, perseguitati ed esiliati filosofi come Piero Martinetti e Giuseppe Rensi, o storici come Gaetano Salvemini.

D’altra parte Gentile non è mai strato mio “maestro”, l’ho sempre aspramente criticato insietne a tanti miei compagni e  amici, per la sua semplificazione dell’idealismo hegeliano in chiave nazionalista. e bottegaia. Egli rappresentava. inoltre il primo esempio sistematico di corruzione e di clientelismo nel baronato universitario, e la chiusura provinciale del pensiero nell’autarchia culturale dell’Italietta.
La decisione di eliminarlo presa da noi nel “44 non è stata guidata da ansia di vendetta come è stato insinuato da alcuni commentatori: ben al contrario è stato un atto guidato dalla consapevolezza storica e politica che on la sua esecuzione si chiudevano definitivamente i conti con il maggior responsabile della cultura fascista e con l’equivoco della conciliazione di cui era portatore.

Una conciliazione che sognava il proseguimento del regime fascista addobbato da nuove vesti democratiche.

Sicuramente le torture efferate e la morte di mio fratello Gianfranco, dei suoi compagni e di mille altri, insieme ai proclami per i renitenti ala leva della Repubblica di Salò, di cui Giovanni Gentile è stato il più cinico celebratore, così come la conseguente fucilazione sotto i nostri occhi di tanti giovani a Firenze in Campo di Marte, a Torino al Martinetto, a Milano in Piazzale Loreto e in tante altre piazze d’Italia, ci hanno determinato ad agire esattamente in quel momento, intensificando senza pietà la guerra civile contro il fascismo e il nazismo, e quindi contro i loro ideologi.

Sergio Romano si permette inopinatamente di paragonare all’omicidio di Gentile l’assassinio dei fratelli Rosselli, avvenuto in tempo di pace e in terra straniera, indicati ai feroci sicari da un delatore prezzolato, mettendo sullo stesso piano un crimine e una legittima sentenza di un gruppo di combattenti di cui anch’io ero parte. Non eravamo nell’orto di Getsemani: eravamo in guerra e di guerra era dunque il diritto.

Il nostro paese era occupato, umiliato e messo a ferro e a fuoco, da molti tradito. Gentile era il simbolo di questo tradimento.

Quale maggiore tradimento della Patria e della Libertà se non quello perpetrato dall’ideologo del fascismo, già ministro della Pubblica Istruzione, nei confronti della gioventù italiana, mandata al macello nelle guerre criminali volute dal regime? Questi giovani, costretti a uccidere e a morire come aggressori e invasori di altri Paesi, dall’Africa alla Russia, dalla Grecia all’Albania, infangando la tradizione di civiltà del nostro Paese e anche il valore dimostrato dai soldati italiani nella Prima Guerra Mondiale.

I nostri GAP erano organizzati militarmente e nessuna azione era frutto di decisioni personali, la lotta era impari e mortale, così come le azioni erano freddamente e tempestivamente decise ed eseguite.

E qui voglio ricordare che in quello stesso periodo più di 40000 giovani patrioti italiani e 600000 militari dell’Esercito italiano venivano deportati nelle fabbriche e nei lager nazisti con il pieno appoggio e la collaborazione dei repubblichini.

Infine l’ignoranza della mia biografia politica di tanti commentatori mi accosta allo stalinismo, senza sapere che in quel momento ci sentivamo al fianco del popolo russo, che fu determinante nella vittoria contro il nazi-fascismo, con un tributo di 20 milioni di morti.

Nel momento in cui abbiamo conosciuto le degenerazioni a cui aveva portato lo stalinismo sono stata una delle prime all’interno del PCI a denunciarle pagando con la mia radiazione dal partito, nel 1955.

Mi è stata chiesta la ragione del mio silenzio in tutti questi anni. È proprio la gravità della attuale situazione politica italiana, incoraggiata e aiutata dal revisionismo storico così ben rappresentato in trasmissioni televisive, sulla stampa, nell’editoria, affidato a pseudostorici del nuovo regime, a spingermi a rendere testimonianza sule responsabilità della cultura dominante così incline a un pericoloso, devastante sistema illiberale, di cui vediamo continuamente l’avanzata.

Si sta cambiando la Carta Costituzionale, stravolgendone i principi fondamentali, quei principi che noi avevamo mutuato direttamente dal grande patrimonio culturale, etico e politico della Resistenza e che si era avvalso di una stragrande concordia alla Costituente.

La storia è fatta dalle forze in gioco, dai protagonisti e dai testimoni e non certo dagli storici. Essi possono al massimo indagarla, verifcarla e raccontarla.

Teresa Mattei

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