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Pietro Ichino in aiuto ai precari? Facciamo chiarezza

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Riprendo un post della settimana scorsa della Rete Redatori Precari, comparso sulla home page del loro sito.

Così, tanto per far capire a che gioco stiano realmente giocando personaggi che si atteggiano a salvatori della Patria, come Pietro Ichino, già senatore PD, ultimamente folgorato sulla via del montismo. Un gioco il cui tabellone è la nostra pelle, tanto per cambiare.

Rete dei Redattori Precari, 11 febbraio 2013
La Rete dei Redattori Precari ha appreso sabato dalla stampa, e specificamente da un articolo dedicato a Pietro Ichino sul Corriere della sera, che lo stesso Ichino sarebbe stato consultato da alcuni lavoratori precari Mondadori per una lettera indirizzata ai vertici dell’azienda. Oggi i precari in questione hanno confermato questa circostanza. Secondo le parole del giuslavorista, il modello suggerito per una trattativa sarebbe quello “già sperimentato dalla contrattazione collettiva nel settore del marketing operativo”.

 

Ma di che modello si tratta? Pietro Ichino fa riferimento a un accordo quadro recentemente sottoscritto dall’ANASFiM (Associazione Nazionale delle Agenzie di Servizi e Field Marketing) e dalle sigle di categoria della CISL e della UIL per il “riassorbimento delle forme di collaborazione autonoma nell’area di lavoro dipendente”; un “riassorbimento” resosi necessario a causa delle presunte restrizioni imposte dalla riforma Fornero. Semplificando, tale accordo quadro prevede sì l’assunzione dei collaboratori, ma al prezzo di una serie di deroghe al contratto collettivo nazionale di settore: sottoinquadramento, riduzione della retribuzione, maggiore flessibilità in uscita.

La Rete non entra nel merito della lettera scritta dai lavoratori, ma esprime un certo sconcerto nel leggere che, secondo Ichino, il modello proposto dovrebbe essere di aiuto ai precari. In che modo un arretramento sul piano dei diritti, delle tutele, della retribuzione può essere assunto come positivo? Se un modello del genere prendesse piede in editoria, andrebbe forse a sanare alcune situazioni di palese illegalità, a tutto vantaggio delle case editrici che ne riceverebbero una forma di “condono”, ma di fatto metterebbe la parola fine a ogni speranza di ricondurre il lavoro precario (sia dei precari che già lavorano, sia di quelli che si affacceranno in futuro) alle condizioni previste dal contratto nazionale che, ricordiamolo, non sancisce privilegi, ma livelli minimi di garanzie per un lavoro dignitoso, adeguatamente retribuito e non soggetto al ricatto costante del licenziamento.