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Populismi.

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Riporto la trascrizione, inviata nella mailing list MayDay, di parte di un intervento di Giso Amendola nell’ambito del dibattito “Dentro l’ingovernabilità, contro l’austerity” trasmesso da Radio Uninomade. Mi pare un contributo con spunti interessanti.

populism

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Il populismo è stata la parola più evocata in questa campagna elettorale.

Ma, più che analizzarlo come un residuo sopravvissuto alla modernità, vale la pena riprendere le riflessioni del filosofo Ernesto Laclau e scoprire invece che non è una patologia della rappresentanza politica, bensì un fattore che aiuta il consolidamento di uno status quo in crisi.

 

È stata l’evocazione più gettonata della campagna elettorale: «populista!». L’etichetta copre in realtà fenomeni ad ampio spettro: populiste sono le destre nostalgiche del fascismo, e insieme il berlusconismo è indicato come una versione populista del neoliberismo. Ma populista è anche il leghismo. E il grillismo.

 

A sinistra, poi, si distinguerebbero per populismo coloro che affidano alla magistratura e al diritto penale la ripulitura morale del campo politico. Del resto, essere sfuggente e indefinibile è una caratteristica propria del populismo. La riflessione politica lo ha sempre consegnato all’area del torbido che si sottrae ad ogni pretesa di razionalizzazione dell’ordine politico. È la prima opposizione attorno alla quale il discorso pubblico sul populismo si organizza: «populismo» è il nome per tutto ciò che si sottrae all’ordine della visibilità, della razionalità politica.

 

In altre parole populismo è tutto ciò che si sottrae all’ordine della rappresentanza. Leviathan contro Behemoth, come nella mitologia fissata da Thomas Hobbes. Un vuoto universale Il populismo, dall’origine storica russa degli «amici del popolo» alle diverse riapparizioni del populismo europeo, ai populismi sudamericani, è sempre stato letto lungo questa serie di opposizioni binarie tributarie di quello stesso modo trasparente e lineare con il quale la modernità ha amato raccontare la propria concezione dell’ordine politico: razionalità formale della politica contro irrazionalismo dell’appello alla purezza del popolo; visibilità della rappresentanza contro oscurità delle forze profonde evocate dai populisti.

 

Da qualche tempo, però, più voci hanno sollevato dubbi su uno schema così ordinato e trasparentemente moderno. Davanti alla crisi evidente della democrazia rappresentativa, è nato uno sguardo verso il populismo di tipo diverso, che non si limita al semplice esorcismo, ma anzi si spinge a ricercarvi ipotesi per il superamento di quella stessa crisi.

Esemplare, a tal proposito, è il libro di Ernesto Laclau, La ragione populista (Laterza); importante il dibattito italiano contenuto in Populismo e democrazia radicale, a cura di Marco Baldassarri e Diego Melegari (Ombre Corte), che disegna questa tesi principale: il populismo non costituisce un deragliamento della ragion politica moderna, anzi ne illumina la logica profonda.

La ragione populista è, per Laclau, quella che riesce ad articolare domande diverse attorno ad un universale vuoto, non fissato a contenuti specifici: il popolo è appunto, uno dei principali universali utilizzati a tal fine, che, proprio perché vuoto, può articolare, mettere in ordine attorno a nuove linee di conflitto la molteplicità delle lotte e delle differenze. Il conflitto di classe ha perso la sua centralità, sostiene Laclau: ma questo non significa che il conflitto non animi e continui a dividere lo spazio politico. Il vero politico è, quindi, chi sa articolare queste differenze all’interno di una unità che le trascenda, e che, contemporaneamente, sia sempre aperta al conflitto con ciò che quell’unità, includendo, esclude. In questa lettura, il populismo rileva una faccia che le polemiche del nostro dibattito pubblico nascondono: in Laclau si vede bene come il populismo appartenga perfettamente alla logica moderna della sovranità e dell’unità. Anzi, ne costituisce l’anima nascosta: il popolo è il grande dispositivo di creazione dell’unità politica, e proprio questa pulsione alla reductio ad unum unisce la «trasparente» logica della rappresentanza all’«irrazionale» pulsione populista. Così, bisognerebbe andarci piano a contrapporre populismo e rappresentanza, elogio del popolo e difesa delle mediazioni istituzionali: la politica moderna tiene insieme questi due aspetti della sua grammatica, sin dall’identificazione hobbesiana di popolo e rappresentanza. Un equilibrio che non c’è Laclau lo sostiene apertamente: il populismo è un necessario strumento per rafforzare la democrazia rappresentativa, e volgerla alla recezione di istanze più radicali. In questo modo, populismo e rappresentanza si rivelano qui fratelli, entrambi interni alla logica statuale moderna. E molti richiami, che, da sinistra, pur non presentandosi esplicitamente come populisti, anzi spesso ergendosi come barriere antipopuliste, pensano di reagire alla morsa delle trasformazioni globali e al neoliberalismo riattivando la centralità dello Stato, dovrebbero riflettere su questa essenza, letteralmente e classicamente populista, del loro tentativo.

 

Difficile giocare la rappresentanza contro le derive populiste, o, al contrario, pensare il richiamo al popolo come un ricostituivo dello rappresentanza democratica, se entrambi si richiamano proprio a quella logica dell’Uno che permea l’ordine moderno, e che vacilla nelle trasformazioni imposte dalla governance neoliberale. Fuori dalla logica della rappresentanza si colloca invece il populismo giudiziario.

 

Il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, in un bell’intervento all’ultimo congresso di Magistratura Democratica, lo ha descritto come ancor più minaccioso del populismo politico: se quest’ultimo «punta al rafforzamento, sia pure demagogico, del consenso, cioè della fonte di legittimazione che è propria dei poteri politici», il populismo giudiziario introduce una legittimazione dall’alto, travalicante qualsiasi circuito democratico-rappresentativo. Legato alla captazione delle ansie e delle insicurezze prodotte dalla desertificazione neoliberale delle garanzie sociali, questo tipo di populismo appare lontano dalle mediazioni della sfera politica e della rappresentanza classica. Anche qui, però, è difficile pensare a una lineare opposizione tra i corretti equilibri costituzionali e il «cattivo» populismo giudiziario (il che non toglie che i richiami di Ferrajoli a una corretta interpretazione del ruolo di magistrato non siano comunque preziosi). Il punto decisivo è che il populismo giudiziario sembra più l’effetto di una crisi della rappresentanza che la causa dello scardinamento di un assetto rappresentativo, già abbondantemente scardinato. Nella vicenda italiana, l’assunzione di una gestione diretta della crisi da parte della magistratura è una storia lunga, che risale a prima della spettacolarizzazione delle figure di alcuni giudici, o dell’assunzione dei grandi processi nella costruzione del circuito mediatico-giudiziario. La storia del populismo giudiziario si nutre della gestione emergenziale della crisi della costituzione «materiale», emersa con forza già in tutti gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, e della progressiva impossibilità della costituzione formale di rappresentarla e gestirla: da quella crisi, da quegli equilibri rappresentativi che hanno lungamente «continuato a finire», si è prodotto questo ruolo di diretta legittimazione della magistratura in nome dell’opinione pubblica, funzione di cui l’attuale populismo giudiziario-mediatico è solo l’espressione più chiassosa.

 

Come curare il populismo politico con il richiamo alla difesa delle forme classiche della rappresentanza statuale è tempo perso, è allora altrettanto insufficiente richiamare il retto assetto degli equilibri costituzionali contro l’espansione del populismo giudiziario: occorrerebbe invece guardare in profondità dentro la crisi delle forme costituzionali, e affrontare il nodo che tiene insieme l’esaurirsi delle forme costituzionali tradizionali e l’imporsi di una storia di emergenze (dall’antiterrorismo, all’anticriminalità, all’anticorruzione), tutte gestite dalla magistratura come custode delle virtù civiche e dell’unità repubblicana.

 

Il mantra della cyberdemocrazia

 

La sfera del cosiddetto «populismo mediatico» impone riflessioni di tipo ancora differente. Il discorso qui si è incentrato non solo sulle derive «populistiche» dell’uso dei massmedia classici, ma soprattutto, sullo scivolamento populistico dell’uso della rete. La cyberdemocrazia, si è detto, non mantiene quel che ha promesso: invece d’esser luogo di costruzione di sfere post-rappresentative di democrazia compiuta, come aveva fatto sperare, a uno sguardo più realistico è apparsa come un terreno minato (importanti le indagini di Carlo Formenti, a partire da Cybersoviet, Raffaello Cortina) Più che spazio di crescita di soggettività autonome e interconnesse, la rete è stata attraversata da retoriche ipersemplificatrici, da emotività incontrollata, dalla confusione perenne tra vero e falso, tra rilevante e irrilevante. E, soprattutto – questo è il nucleo della diagnosi in termini di «populismo» – il promesso paradiso dell’orizzontalità politica assoluta si è rivelato il luogo dove le singolarità si sono trovate a produrre una verticalità assoluta e immediata, che si esprime nel cedimento verso figure di demagoghi mediatici. L’emergere di Grillo e del M5S è stato studiato come esempio significativo di questo «populismo digitale» (si veda il libro di Giuliano Santoro, Un Grillo qualunque, Castelvecchi, sinora il più completo ed esplicito tentativo in tal senso). Inutile sottolineare tutti i punti di forza di queste letture: i rischi della retorica dell’orizzontalità, della virtù liberatrice della rete, sono di tutta evidenza. C’è da chiedersi, però, se qui il concetto di populismo non ci porti su una strada sbarrata. E non per scrupolo accademico o passione nominalistica. Ma proprio perché il populismo è un sottoprodotto della grammatica moderna, una patologia tutta interna alle categorie di Stato e Popolo, nelle quali il politico moderno si è articolato, se utilizziamo per questi fenomeni reticolari il concetto di «populismo», corriamo il rischio di trattare con categorie ancora tradizionali patologie che a quelle categorie interpretative non rispondono più.

 

La classe oscurata

 

Nella rete, comunque sia, siamo davanti a «un popolo che manca», per dirla con linguaggio deleuziano. Le sue cadute, le sue malattie, i suoi buchi neri, sono malattie delle singolarità, e quindi vanno pensate diversamente dai populismi «classici», che restano invece tutti interni alle grammatiche moderne dei grandi corpi collettivi. Se poi, come avvertiva Gramsci, il proprio del populismo è il neutralizzare il conflitto di classe, il discorso ha bisogno ancora di un supplemento d’attenzione: altrimenti, troppo incantati a denunciare un populismo cui il popolo manca, rischiamo di non vedere, invece, la classe che c’è. Perché è difficile negare che il «populismo della rete» abbia a che fare con la captazione del lavoro vivo, delle sue difficili traiettorie, della sua difficoltà a trovare riconoscimento dentro le categorie politiche tradizionali del Popolo o della Rappresentanza. Difficilmente, perciò, quel lavoro vivo e i suoi buchi neri potranno essere trattati richiamando analisi sul populismo forgiate sui vecchi processi di paura e impoverimento delle classi medie. E le eventuali patologie di un «popolo che manca», difficilmente si curano evocando la necessità di un popolo, o anche di una classe, sanamente e correttamente rappresentati e ricomposti secondo le forme dei soggetti collettivi tradizionali . Non saranno i ripetuti richiami alle forme classiche dell’organizzazione del lavoro o alla presunta serietà del Politico, che quelle forme articolava, a evitare che il corpo scomposto di quel lavoro vivo produca i suoi mostri. Il populismo più insidioso, forse, sta oggi proprio nel pretendere di resuscitare, in ogni sua forma, il fantasma del Popolo e dei suoi organi: un fantasma che continua a impedirci di individuare vie d’uscita alla crisi della rappresentanza che sappiano fare a meno delle categorie tradizionali dell’unità e della sovranità. Fantasma in cui restano placidamente impigliati sia i populismi, sia il grosso delle invocazioni antipopuliste. La classe oscurata Nella rete, comunque sia, siamo davanti a «un popolo che manca», per dirla con linguaggio deleuziano. Le sue cadute, le sue malattie, i suoi buchi neri, sono malattie delle singolarità, e quindi vanno pensate diversamente dai populismi.

Noi, al fianco di Bartleby Bologna

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“Action must be taken We don’t need the key We’ll break in!

 

 

murobartleby

 

Questa mattina, a Bologna, Bartleby è stato sgomberato con il solito dispiegamento di forze dell’ordine. Il fatto in sé non ci stupisce: come realtà precarie, use a intervenire in modo diretto sul terreno del conflitto sociale, non ci aspettavamo qualcosa di diverso in questo meschino Paese. Bartleby in questi anni ha fatto parte del nostro percorso, ha condiviso appuntamenti, sentimenti e relazioni, desideri, ha ospitato e si è fatto promotore di iniziative di resistenza e di offensiva sul terreno della moltitudine precaria.

Per cancellare tutto questo non è stato sufficiente un semplice sgombero. Sono stati costretti a erigere un muro, fisico e simbolico allo stesso tempo. Un muro che prova a dire che le plurime soggettività precarie non si devono autorganizzare, non devono produrre cultura “altra”, non devono diffondere il seme dell’insolvenza, non devono coltivare l’autonomia della lotta, non devono opporsi alla macelleria sociale delle politiche di austerity, non devono liberare sogni, bisogni e pretese nel nome di un reddito di base incondizionato e nella libertà del diritto di scelta del lavoro.

Ma con ciò hanno solo dimostrato di avere paura.
10, 100, 1000 Bartleby sorgeranno ovunque.

San Precario Milano
Piano Terra
NoExpo
Climate Camp
AMP Ambulatorio medico popolare
Foa Boccaccio 003 Monza
SOS Fornace

Comune

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Riporto, come gustosa anteprima, il pezzo di apertura del quarto numero dei Quaderni di San Precario, intitolato Comune, di Toni Negri.

Buona lettura.

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Nella biblioteca del castello inglese di Lincoln, accanto alla Magna Charta, è conservata l’antica copia della Charter of Forest, la Carta della foresta, nel testo originale ed autografo risalente al 1217. Re Enrico III, da poco al trono, aveva restaurato la prima (che stabiliva i diritti dei cittadini rispetto al sovrano) e voluto la seconda (che meriterebbe ben maggiore attenzione da parte degli storici).
La Carta della foresta stabilisce l’accesso al comune, per ogni uomo libero (every free man); e la foresta, nel tredicesimo secolo, comprendeva tutti i terreni incolti, tutte le aree non utilizzate dell’Inghilterra. Non a caso porta anche il nome di Carta dell’Uomo Comune. Per la prima volta aveva trovato una codificazione costituzionale il diritto a soddisfare bisogni vitali, compresi il combustibile ed il cibo. Alcune clausole sono rimaste in vigore fino al 1970; e sopravvivono ancora oggi due delle Corti istituite a garanzia del libero accesso al comune: New Forest e Forest of Dean.

L’attuale processo costituente dovrà essere accompagnato da una serie simile di azioni in modo da garantire i diritti della vita e provvedere alle necessità di un’esistenza sicura, in buona salute, degna.
Il comune non è proprietà, ma uso. Si fonda sulla cooperazione sociale e questa esclude la proprietà: esclude quella privata, che non è più semplice possesso ma assoggettamento ad un potere esterno; esclude anche quella pubblica, che non si scontra più con singole corporazioni, ma entra in conflitto proprio con la cooperazione sociale, dunque con il comune.
Nel contesto biopolitico la produzione di idee, di immagini, di codici, di linguaggi e di affetti attraverso le reti della comunicazione e della cooperazione orizzontale tende a produrre il comune in modo sempre più autonomo e dunque tende a produrre e riprodurre le forme di vita in modo sempre più indipendente. La produzione e la riproduzione delle forme di vita è la definizione più rigorosa dell’azione politica.
Il comune potrà essere individuato e compreso solo all’interno del conflitto, perché il biocapitalismo non solo non può prescindere dal conflitto, ma lo esalta. Il comune si radica nelle necessità dello sciame, delle moltitudini. E’ ambiente, cibo, istruzione, arte, salute. Il problema dell’abitazione è un bisogno urgente in tutto il mondo; le carenze abitative sono fronteggiate dai movimenti con l’occupazione di strutture dismessse, a volte concluse con la regolarizzazione del diritto delle persone a restarci. Teatri, case, monumenti, fabbriche, fattorie, parchi, acqua e mare cercano una Carta della foresta per essere utilizzate da ogni uomo libero. Ed anche questo è comune.
Il capitalismo contemporaneo non è una forza autonoma e autosufficiente; non può sottrarsi al proprio istinto immanente che è quello di appropriarsi di lavoro e di impadronirsi di quanto è comune (del tempo, dell’aria, della luce, dell’acqua, dei sentimenti) per trasformare tutto in denaro. Contropoteri democratici debbono essere capaci di costringere le corporation e lo stato nazione ad aprire l’accesso al comune; gli argini del potere sono fragili e possono cadere sotto l’azione dei commoners.
Il termine commoners si lega all’azione costituente per l’affermazione del comune. Dobbiamo abituarci ad usarlo questo termine. Un disegnatore disegna, un sarto cuce abiti, un barbiere rade e taglia capelli; allo stesso modo un commoner rende comune, ovvero realizza il comune, apre la proprietà all’accesso e al godimento di tutti, trasforma i beni controllati dallo stato in uso libero. Il commoner agisce creando le condizioni per il libero scambio di idee, immagini, codici, musica, informazione; è un partecipante costituente, soggetto fondamentale, necessario per poter costruire una società basata sulla condivisione. La rappresentanza è un istituto estraneo ed ostile al comune; il nostro commoner rifiuta la rappresentanza (Que se vayan todos) e rende immediatamente chiaro come la crisi non sia solo economica ma anche costituzionale, procede nel suo percorso destituente per tracciare la rotta di un nuovo processo costituente nel quale troverà piena definizione il comune.