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Hate line – Un padre che si scusa.

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Padre.

Antico, socialista a suo modo, piccolo borghese (in senso buono). Lettore bulimico (e la mela non cade lontano dall’albero), antisovietico, anticlericale. La morsa atroce della cassa integrazione. Due volte, pura rappresaglia. Capita, a chi non china il capo, già. Vincerà in tribunale entrambe le volte, ma sono cicatrici che non van via. Maestro, difficile. Rapporto contrastato, ma pieno d’amore, nonostante tutto.

Un padre così e due figli pervasi, ognuno a suo modo, di radicalità. S’era forse rassegnato, quando metteva piede al Moco occupato per tentare di riportarsi a casa il più piccolo, ma non per questo s’era convinto. Per nulla. Tutti i nostri racconti sulla ferocia della repressione li aveva sempre derubricati a esagerazioni di due teste troppo calde.

Marzo 2001.

Il maledetto prologo.

Vivevo già a Roma, ma in quel weekend non potevo che tornare nella città natale. I signori della terra vengono a fare passerella nella mia città, Napoli, non posso certo rimanermene in disparte.

Venerdì sera, casa. Baci a mammà e papà, becco il fratello, mi informo, mi organizzo.

 


Le quattro giornate di Napoli – Video G8 di panicopanico

Un delirio. La zantraglia in divisa è carica di adrenalina e anfetamina come mai prima l’avevo vista. Non c’è nessun rituale, nessuna pantomima, zero mediazioni. Vogliono farci male, molto male e basta. Mazzate di una ferocia inaudita, caccia all’uomo, da Corso Umberto fino a Piazza Municipio è un continuo. Gli spezzoni più compatti e organizzati reggono, chi resta isolato è fottuto.

Si arriva nei pressi della piazza, ci sono anche i grigi con agghiaccianti tenute da Robocop a dar manforte ai soliti noti in blu e nero. Stevemo scarz a chiaviche, si dice in lingua. Si vuole arrivare in Piazza Plebiscito, si prova a capire se i mastini da guerra del potere ci faranno la gentile concessione.

Certo, come no.

Impatto violentissimo, quelle cazzo di protezioni sono troppo pesanti e ingombranti, i mastini arrivano da ogni dove, tutto si frantuma, fuggi-fuggi, gente che scappa ovunque e viene inesorabilmente braccata, gruppi spinti verso quei dannati fossati del Maschio Angioino, follia totale, sono svariati metri di dislivello, è un attimo che ci scappi il morto. Bastardi fottuti.  Ne esco illeso, anche stavolta, ma l’orrore è tutto intorno a me.

La giornata prosegue, convulsa. Si raccolgono informazioni, ci si appresta a fare il bilancio, il body count. Lo Stato sfoggerà la solita contabilità, la solita metrica economica. I danni agli umani non sono contemplati, ovviamente.

Ho una rabbia in corpo che sfocia nella nausea.

Avviso casa, siamo ancora interi, tornerò a tranquillizzarli, è il mio ruolo, del resto.

Entro in casa, percepisco l’angoscia non ancora sopita al solo respirare quell’aria.

Mio padre.

Mi guarda.

Era uscito, noncurante di quello che stava per accadere, aveva da fare. Proprio nella zona in cui sarebbe scoppiato il panico.

“Sai, non avrei mai creduto che ti avrei detto una cosa del genere. Non so se sia sempre così, ma stando a quel che mi è capitato oggi, beh, mi tocca dire che avevate ragione. Scusa, avrei dovuto darvi più credito”.

Beh, sì, parlava davvero così.

Si era ritrovato nel bel mezzo di un safari: prede umane. I grigi Robocop-staili finivano il lavoro iniziato dalla truppa in piazza, e piallavano senza pietà quelli che riuscivano a scappare in direzione di Via De Pretis e dintorni. Boia spietati, direttiva imperativa quella di sterminare le zecche. Egli era lì, settantenne distinto che non credeva ai propri occhi. Vede atrocità in sequenza, vede una ragazza inerme sottoposta a un pestaggio selvaggio, a terra. Urla, si scaglia contro le fiere, che lo respingono in malo modo, lo insultano e gli intimano di levarsi dalle palle. Io so, io ti conosco, io sento che qualche anno prima non sarebbe finita lì, ma eri già provato, ti avrebbero spazzato come tutti gli altri, hai sfruttato il vantaggio tattico della tua cravatta e dei tuoi capelli bianchi per tornare a casa intero.

Quel giorno ti ho amato ancor di più, se possibile. Quel giorno vi ho odiati per un motivo in più, questo è certo.

Quattro anni dopo te ne saresti andato, per sempre. Ogni 20 maggio penso a te, c’è un fiore rosso per te, e il primo ricordo è sempre quello “scusa” che non avrei mai voluto sentire.

 

Fiori rossi per te, per noi

Fiori rossi per te, per noi

 

Hate line – Una pozza di sangue.

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La sentenza del 13 luglio 2012 mi ha fatto capire una cosa, tra le tante. La memoria va tenuta viva, ad ogni costo. E a quella collettiva si contribuisce anche con le proprie memorie, per quanto apparentemente insignificanti. Mi impongo dunque di vincere la mia naturale ritrosia e inizio a scrivere.

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1989.

Maggiore età.

E con essa arriva di tutto: fine della scuola, inizio dell’università e due eventi che avrebbero influenzato non poco la mia esistenza.

Tien’a ment: il primo centro sociale della mia generazione. Atipico, cyberpunk, incentrato soprattutto sulla produzione artistica.

La Pantera: riforma Ruberti, un fuoco che da Palermo si propaga via fax lungo lo stivale, questa farsa di autonomia universitaria non s’ha da fare.

 

Flash forward, oltre sei anni, centinaia di concerti dopo (orecchie che ancora sanguinano al pensiero dei Napalm Death e del relativo incubo acustico vissuto al Tien’a Ment).

E’ gennaio, gennaio 1996. Cuore in pezzi, laurea alle porte, rifugiato in una sorta di non-squatting con una moltitudine assolutamente composita e improbabile.

“Sai che forse ci saranno casini al Tien’a Ment?”

“Ma va. Perché?”

“Mah, pare che il consiglio circoscrizionale di Soccavo stia facendo casini per quella scultura cyber, sai, quel capro metallico messo in croce”.

“Ahahahah, ma dai!”

“Eh!”

Passa qualche giorno.

Suona il telefono, nel nido non-squatted.

Pronto?”

“Delirio al Tien’a ment”

“Cosa, cosa?”

“Eh, il consiglio circoscrizionale ha mandato i vigili motociclisti a far sequestrare la scultura. I ragazzi sono stati tutto il giorno a fronteggiarli e…”

“Cosa?”

“Hanno sparato”

“COSA CAZZO DICI?”

“Sì, dopo un paio d’ore ste teste di cazzo hanno perso il controllo e hanno iniziato a sparare. Fuggi fuggi, Marco si ferma a raccattare i bossoli, lo beccano, arriva tuo fratello e ne spazza via un tot, questi arrivano in massa, lo bloccano, tentano di portarlo via, lui si aggrappa a un palo…”

“PARLA, CAZZO!”

“…iniziano a pestarlo senza pietà, in una decina, lui si accascia, quelli scappano e lui rimane lì in una pozza di sangue. La gente del quartiere ha subito chiamato un’ambulanza, ora è in ospedale e…”

Mi avvio, come una furia. Ma non riesco neanche ad arrivarci.

“E’ un fesso. Si è ripreso, in ospedale lo volevano trattenere, ma lui non ha voluto rimanere, noi da fuori gli facevamo segno di non uscire, ma non ci ha visti. Erano arrivati, quegli infami, e come ha messo piede fuori dal reparto, lo hanno arrestato. Ora è a Poggioreale”.

Bestemmie. Maiali a cui hanno dato un ferro in mano con nessun cazzo di criterio, che giocano agli sceriffi. Bastardi senza dignità che scappano come conigli credendo d’averlo ammazzato e che non paghi se lo sono andato a cercare, ospedale per ospedale. La Digos è allibita, io li mando a fare in culo “fate il vostro cazzo di mestiere” “ma noi siamo arrivati solo dopo, a casino concluso” “appunto, ora scusate ma devo trovare il modo di dirlo ai miei genitori e poi c’è una città da ribaltare” “non fate gli idioti” “certo, certo, ora cavatevi dal cazzo”.

Il buio davanti agli occhi. Trovo la forza di dirlo a mammà e a papà, sentiamo l’avvocato, i compagni  iniziano la giostra, Flaminio sembra impazzito, tutti lo siamo, ma io devo mantenermi lucido. Dannazione, perché non mi avvisi mai? Perché sei sempre in prima linea, perché devi sempre sfidare l’universo da solo? Mi scorrono davanti a velocità superluminare tutte le tue minchiate, tutte le volte che ti sei fatto malissimo, tutte le occasioni in cui ti sono venuto a raccattare, e mi scappa finanche un sorriso, pensando a quella volta in cui, solo, t’eri messo in testa di caricare quelle merde di Forza Nuova che s’erano infilate in un corteo per il lavoro, completamente circondati da un doppio cordone di carabinieri.

Stavolta però non posso stringerti, dirti all’orecchio “sei una testa di cazzo” mentre ti do pacche sulle spalle, non posso farti arrivare la mia voce in quell’infame buco in cui t’hanno sbattuto. Anzi sì, posso, mi attacco al telefono e detto un telegramma.

C’è voluto qualche minuto per farlo capire all’operatore, lettera per lettera, spazi inclusi”.

“E che vo ricere?”

“Anger is a gift, la rabbia è un dono.”

“Ah, aggio capito”.

Quattro giorni di delirio, di barricate, di conferenze stampa, di assemblee al DAM, con Lucia e Bostik dei Contropotere che si sbattono come se ci fossero i loro fratellini dentro, di tentativi vani di sedare l’ansia dei miei vecchi.

Poi arriva, quella cazzo di telefonata, è l’avvocato.

“Li rilasciano”.

Siamo tanti, tutti, lì fuori, ad aspettarvi.

Il primo ad abbracciarti sono io.

“Grazie, quel telegramma mi ha aiutato tanto, ho trasformato l’angoscia in rabbia e ho sentito il calore di tutti. Ora devo andare a consegnare un po’ di messaggi, sai. Lì dentro è un inferno, ma a noi ci hanno trattati bene, la gente dentro è incredibile, a noi ‘politici’ ci hanno trattati come dei re, glielo devo”.

“Hai ragione, se vuoi ti accompagno”.

“Va bene. Ah, un’altra cosa, mi sono fregato la divisa carceraria”.

Gli ho iniziato a urlare contro di tutto, ma dentro di me ridevo. Quella dannata e incorreggibile testa di cazzo era ancora viva, nonostante ancora una volta fosse andato vicino all’irrimediabile, e lo manifestava a suo modo.

Il Tien’a Ment, Soccavo, Napoli